Home
Garry Winogrand, Los Angeles, California, 1969

Garry Winogrand, Los Angeles, California, 1969

di Alessandro Pagni

[Il seguente post è stato pubblicato su La Camera Chiara , magazine del circolo culturale La Bottega Dell’Immagine di Siena]

Vorrei sfatare un mito.
Non me ne vogliano gli entusiasti dello scatto in modalità Serendipity, ma la Street Photography come categoria, non esiste.
O meglio, non esiste come categoria storica, indagata e sedimentata nelle sue peculiarità.
Esiste oggi, per ragioni assolutamente democratiche (democrazia del web), come attestazione e legittimazione di un vagare casuale, in cerca di fortuna, muniti di fotocamera. Che di per sé, come esercizio e ricerca di spunti, ha il suo innegabile valore , ma è niente senza un progetto dietro o un filo conduttore, che inevitabilmente farebbe migrare la nostra serie all’interno di una definizione più canonica e meno falsamente underground come Reportage.
Wikipedia ne da una definizione tanto ampia e versatile da lasciare abbastanza perplessi sul senso effettivo di dare un nome univoco a qualcosa che, stando alle caratteristiche decantate dall’enciclopedia democratica della rete, potrebbe tranquillamente coprire tutto quello che è stato prodotto dalla fine dell’Ottocento a oggi, con apparecchi fotografici che ci permettono “comodamente” di deambulare.
Ma nei libri di Storia della Fotografia, non c’è traccia di questa classificazione.

Eugène Atge, Au Tambour, 1908

Eugène Atget, Au Tambour, 1908

Forse una cattiva pronuncia ha determinato qualche equivoco, confondendola con la Straight Photography, la fotografia diretta, fotografia pura fondata sulla nitidezza e la descrizione realista, quella dello Stieglitz di Camera Work o del primo Paul Strand; ma la pratica di cui stiamo discutendo, non si avvicina né per intenti, né per riflessioni, alla prima avanguardia fotografica americana.
Potremmo guardare a Eugène Atget, al suo battere ostinatamente le strade di Parigi, come a un precursore di questo modo di indagare il mondo. Ma significherebbe ridurre a mera caccia fotografica (o ad appostamenti da cecchino) il lavoro costante e certosino del più grande, e purtroppo sconosciuto, documentatore e catalogatore urbano, che la storia del medium abbia conosciuto.
Ma non è questa la Francia che credo interessi agli Street Photographers (ho trovato adesso un sito web con questo nome, dove vengono caricate le immagini più disparate, prese nei caffè, nella metro parigina, attraverso le vetrine dei negozi di Baltimora, durante le uscite notturne all’Havana e chi più ne ha più ne metta…una sorta di fotografia delle vacanze evoluta): penso che la loro ambizione punti con più convinzione a maestri del reportage e del fotogiornalismo come Robert Doisneau o il vate del “momento decisivo” Henri Cartier-Bresson.

Brassaï, Colonna Morris, 1933

Brassaï, Colonna Morris, 1933

Se il comune denominatore è la strada, o ancor più l’ambiente urbano o addirittura le situazioni “reali” e “spontanee”, lo spazio davanti ai nostri occhi è così sconfinato da perdersi nei possibili esempi di autori che, in qualche modo, racchiudono anche questi elementi nella loro concezione della fotografia, ma sarebbe come condannarli ad essere dei bignami di loro stessi se realmente questi fossero i criteri per fondare un genere, un movimento, una corrente. Tanto varrebbe partorire assurdità a caso, come la Gattografia, la Fotografia sanitaria (non in senso medico), la fotografia Sensoriale, la Fotografia Arrabbiata e in questo delirio ho l’orrendo sospetto che almeno una di queste ipotesi, venga veramente considerata come disciplina fotografica a tutti gli effetti.
Se prendiamo la Parigi notturna, gotica e nebulosa, di Brassaï e la confrontiamo con le sporche e violente notti newyorkesi di Weegee, i significati affiorano immediatamente, gli intenti sono palpabili e sappiamo di avere davanti due mondi agli antipodi.

William Klein, Minigang, Amsterdam Avenue, New York, 1954

William Klein, Minigang, Amsterdam Avenue, New York, 1954

E mai ci sentiremmo assolti nel liquidare come fotografia di strada, sebbene sulla strada abbiano macinato miglia e miglia di asfalto, personaggi come Robert Frank o William Klein, specchio scomodo di un’America carica di contraddizioni. Pensate a The Americans del primo, a New York del secondo, entrambi libri fotografici di autori fatalisti e selvaggi nel loro pericoloso (perchè ci riguarda tutti) “fare fotografie incomprensibili quanto lo è la vita”, ma ciascuno con il suo bravo demone a guidarlo: per Frank lo scardinamento della forma, per Klein al contrario il virtuosismo visuale. E parlo dell’America solo come tappa di un guardare profondo che li accomuna, ma è solo la punta dell’iceberg, come la strada che non è mai solo una, fortunatamente nella vita di un artista.
Anche Lee Friedlander, che pure non disdegna l’ostentazione di continui richiami al suo essere presente nella città, al suo viverla, si colloca agli antipodi di quella che viene chiamata Street Photography, con una meditazione attenta e illuminante sull’autoritratto e l’importanza di “essere” all’interno delle proprie fotografie, anche quando la macchina fotografica non è rivolta in direzione del fotografo (pensiamo al volume In the picture: Self-Portraits 1958-2011 pieno di “fotografia di strada” che in realtà dice ben altro).

Lee Friedlander, Self-Portrait, 1966

Lee Friedlander, Self-Portrait, 1966

Friedlander comprendeva come fotografare, significasse isolare quella porzione di spazio e tempo che riteniamo importante, che rientra nei nostri interessi e quindi che ci rappresenta; e che quelle finestre sul mondo non sono altro che interpretazioni estremamente soggettive, finestre su noi stessi in cui ogni scatto non fa altro che continuare a parlare di noi. Tutto questo non si avvicina in nessun modo all’idea opposta di sparire con il nostro obbiettivo, di saccheggiare immagini casuali (nel senso di qualcosa che ci accade improvvisamente senza che avessimo fatto prima, una previsione al riguardo), realistiche e spontanee, cercando di diventare invisibili.
La differenza sta nel partire dalla testa e non dall’occhio: l’occhio è sempre il secondo passo nella fotografia, in qualsiasi genere di fotografia e il dito che preme il bottone forse il ventesimo dei passi successivi. L’occhio ci da una casistica di possibili conferme del nostro pensiero e noi scegliamo di registrare l’immagine che meglio riesce a raccontare queste nostre convinzioni.
E mi sono limitato a citare personaggi indispensabili da conoscere per chiunque voglia accostarsi a questa materia con un minimo di cognizione di causa, ma ce ne sarebbero molti altri per i quali varrebbe lo stesso discorso: da Sternfeld a Eggleston , da Stephen Shore a Tod Papageorge, da Meyerowitz a Philip-Lorca diCorcia, ma potete rendervi conto da soli dell’inutilità di continuare questa lista.

 Robert Frank, Tram, New Orleans, 1955

Robert Frank, Tram, New Orleans, 1955

Un fotografo c’è, effettivamente, che rispecchia più di altri le caratteristiche di questa “nuova classe” di immagini (immemore del passato) se pensiamo al modus operandi e non alla sconvolgente profondità dei risultati: Garry Winogrand.
Riporto le parole di Carl Chiarenza nel suo esaustivo approfondimento della figura di questo fotografo, Restando all’angolo. Riflessioni sullo sguardo fotografico di Winogrand: specchio di sé o del mondo? (1991).

«Si potrebbe addirittura dire che Winogrand abbia inventato una nuova “fotografia di strada”, una forma che ha cambiato la nostra opinione della nostra identità pubblica, o, almeno, ci ha resi più consapevoli della nostra opinione, della nostra identità pubblica […]. Nel volgere enfaticamente l’idea documentaria verso l’interno su se stesso, mentre ancora rivolge la macchina fotografica documentaria all’esterno del mondo, Winogrand faceva venire alla superficie una nuova conoscenza della realtà di entrambi».

E scatti incredibili come New Mexico, 1957 o Los Angeles, California, 1969 sono la riprova di questa parole: riescono, in modo quasi sovrannaturale, a bloccare in sospensione il mondo, congelandolo in un istante (e vi assicuro che, nonostante tutto quel sole, il freddo si sente in queste fotografie), come se d’un tratto scegliesse di lasciarsi guardare, per quello che è realmente, e affiorassero come presagi significati inquietanti.

Vogliamo ridurre davvero questo splendore alla fotografia for dummies?

Annunci

2 thoughts on “Miti da sfatare e strade da asfaltare

  1. Pingback: Taccuino #1 | rifugio per pelli sensibili

  2. Pingback: #RiScattiUrbani 2015 - Regolamento del contest di street photography organizzato da TandemAzar Comunicazione

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...