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L’altro giorno un caro amico, parlando di occasioni perdute e momenti irripetibili, mi ha ricordato il monologo finale de Il tè nel deserto[1] di Bertolucci: quell’insegnamento agrodolce sulla percezione falsata che abbiamo riguardo al nostro vivere. La sensazione illusoria che i nostri giorni non avranno mai fine, che ci sarà ancora tempo per una grande avventura, per divorare il più bel libro mai scritto, per visitare un paese sconosciuto e imparare qualcosa di nuovo, o guardarsi riflessi negli occhi liquidi di qualcuno e in quel ballare di onde, sentire un’altra volta i brividi in fondo alla schiena.
In realtà tutto accade solo un certo numero di volte[2], tutto accade dentro un sistema limitato, finito, di possibilità, ma fingiamo di ignorarlo. Per pigrizia o peggio per paura, restiamo a traino, senza afferrare il volante: posticipiamo, procrastiniamo e rimandiamo arresi a domani.
Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che senza, neanche riuscireste a concepire la vostra vita? Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno.[3]

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

Ma le cose vere, i nodi, i punti cruciali della nostra storia, si contano sulle dita della mano e solo raramente dei piedi. Più o meno come le cicatrici di chi è stato fortunato.
…quante altre volte guarderete levarsi la luna? Forse venti. Eppure, tutto sembra senza limite.[4]
«Tu quante volte hai guardato l’alba?», mi ha domandato il mio amico, per rafforzare le parole a chiosa del film.
«Ma non intendo quante volte ti sei svegliato o alzato all’alba. Quante volte l’hai guardata davvero? Quante volte, nell’economia di una vita intera, sei stato lì a guardarla veramente, senza fare altro? Eppure è una cosa che succede ogni giorno e la diamo per scontata.»
La risposta, pescata da un cassetto polveroso del mio archivio mentale, è stata in un primo momento sconfortante, poi commovente: ne ho ricordata distintamente solo una, una sola volta. E anche adesso, mentre scrivo, ho in mente solo quell’unica mattina, fermo a contemplare, zuppo di acqua salata, il vestito cangiante dell’orizzonte.

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

Avevo diciotto anni, era l’estate fra la quarta e la quinta superiore.
La notte era passata fra birre e tenere filosofie, sdraiato sopra un lettino da mare, insieme a un’amica di allora.
Una spiaggia dell’Elba, credo fosse Capoliveri.
Il primo mattino è freddo e pizzica sulla pelle anche a luglio. Ci stringevamo nelle nostre felpe larghe da skaters, con il cappuccio tirato su a proteggere il capo. Lei stava con l’orecchio appoggiato sul mio petto e combatteva la temperatura e il vento, circondandomi il ventre con un braccio, mentre nascondeva l’altro incartocciato sotto la mia ascella. In bocca il tormento acido della Faxe in latta grande da muratore e delle sigarette.
L’alba arrivò come succede sempre, a tradimento, mentre i pensieri stavano altrove. Un po’ come la cipolla che si brucia nella padella appena distogli lo sguardo. O l’orgasmo, quando si accoda a un gemito o alla curva sinuosa di una schiena inarcata, all’odore che improvvisamente inzuppa la stanza e non puoi più fermarlo. Non puoi più pensare che vorresti non finisse mai quel momento. Perché sta già passando.
L’alba arrivò e prima che potessi dire a quella ragazza che mi sarei ricordato di una notte così per tutta la vita, era già andata. E io solo adesso, dopo vent’anni, ricordo quel mattino per la prima volta.
Tradire noi stessi è uno sport che ci riesce tanto bene.

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

Anche se può sembrare che ancora non abbia detto niente riguardo alle fotografie di Tiziana Nanni, in realtà ci siamo dentro con tutte le scarpe. Ci siamo stati fin dall’inizio.
Tenere insieme le cose è il titolo della sua serie fotografica. Ma più che un titolo, è un proposito, quasi un mantra.
Ricordare che il tempo a disposizione non è illimitato ed è un crimine contro se stessi disperdere l’energia, il potere che hanno avuto certi giorni passati, nel definirci e accompagnarci.
La fotografa umbra, lo fa in uno stile funzionale al messaggio e al contesto: strisce di ricordi, stelle filanti e fiumi, dove non ci sono cesure nette, ma i piani si mescolano e si sovrappongono in un fluire armonico, pacatamente malinconico, squisitamente confuso, caotico, irrazionale. Dove la nebbia del tempo, come un filtro inserito in post-produzione (in questo caso reso analogicamente dalla vitalità della pellicola Kodak Ektar 100), uniforma le impressioni, le libera dagli schemi: ogni singolo episodio è la risultante di un prima, un dopo e un durante (anzi molti prima, molti dopo, e altra roba in mezzo), che si allenta come un elastico fino a interessare giorni e giorni, idealmente addirittura anni, fra loro inscindibili. L’addizione di momenti diversi che spesso acquistano un senso compiuto, solo se letti insieme, raggruppati, stratificati. Ed è credo, l’approccio visivo più efficace e aderente al concetto di “ricordo” che mi sia capitato di vedere: un ibrido che sfonda il frame del singolo scatto e rifiuta l’esattezza documentale del video. È altro, un ricordo è altra cosa.

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

Mai come in questo caso, il significante (il modo di produrre queste immagini) risulta il veicolo perfetto di quel concetto semplice e salvifico espresso dal titolo: la scelta di scattare in multi-esposizione (con una Holga 120 che permette di gestire in modo creativo l’avanzamento della pellicola), costruendo sedimentazioni di ricordi, formate dai dieci a venti scatti (e a volte anche di più), distanti temporalmente l’uno dall’altro anche settimane o addirittura mesi. Gli stessi luoghi rappresentati, così diversi fra loro, circoscritti e imbrigliati dalla medesima cornice, diventano luoghi dell’anima, crocevia sinceri come pugni in faccia, dove le cose “accadono”, dove le cose improvvisamente prendono fuoco, dentro. È lì che si è trovata Tiziana, in questi ultimi cinque anni. Con gli occhi aperti, l’istinto inestimabile che le fa vedere la luce, le cose, in quel modo solo suo e nella borsa, fedele compagna, la fotografia.

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

©Tiziana Nanni, Tenere insieme le cose

Percorsi incomprensibili
tracciano al fine la nostra vita irriducibili
Irriducibili irriducibili
Ciò che deve accadere accade
Ciò che deve accadere accade
Ciò che deve accadere accade
Ciò che deve accadere accade
Per quello che ho visto
Per quello che ho sentito
Per sconcertante necessità
(C.S.I., Accade)

Una selezione di immagini tratte da Tenere insieme le cose di Tiziana Nanni, è in mostra a Perugia dal 19 gennaio al 10 febbraio 2019, presso il Museo civico di Palazzo della Penna, all’interno della collettiva Distanze: 5 autori distanti raccontano il loro percorso di ricerca, che vede anche la partecipazione di Nadia Cianelli, Elena Indoitu, Vincenzo Migliorati e Luca Tabarrini.

 

Alessandro Pagni

[1]Il tè nel deserto (The Sheltering Sky), diretto nel 1990 da Bernardo Bertolucci, è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Paul Bowles.
[2]Tratto dal monologo finale de Il tè nel deserto (The Sheltering Sky), 1990, diretto da Bernardo Bertolucci.
[3]Tratto dal monologo finale de Il tè nel deserto (The Sheltering Sky), 1990, diretto da Bernardo Bertolucci.
[4]Tratto dal monologo finale de Il tè nel deserto (The Sheltering Sky), 1990, diretto da Bernardo Bertolucci.

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