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Parte oggi il primo contributo alla sezione Ospiti di penna di Un fototipo: rifugio per pelli sensibili.
Fino dall’apertura del blog, che ha ormai un mese e mezzo, auspicavo che i miei pensieri e le mie elucubrazioni fossero via via intervallate dalla penna di alcuni ospiti, capaci di guardare al mondo del “fotografico” da un’angolazione diversa dalla mia e di conseguenza aprire altri scenari utili a far crescere me, loro e i volenterosi che si dedicheranno alla lettura di queste pagine virtuali.
Inizio proprio con un “non addetto ai lavori”, perchè sono fermamente convinto che si possa parlare di fotografia in modo interessante e illuminante, o semplicemente si possa sollevare problematiche utili, sia da professionisti, che, fortunatamente, da semplici amanti di questo universo sconfinato.
Non sono mai stato un sostenitore di chi crede che solo i fotografi possano parlare di fotografia (e questo vale per qualsiasi disciplina), anche perchè molti “professionisti” che ho conosciuto, al di là della loro perizia o non perizia tecnica, sanno davvero poco di fotografia e questo, a mio parere, è uno sbilanciamento terribile che porta solo alla continua reiterazione delle stesse cose, come un déjà vu senza fine.
Il nostro ospite riflette in modo analitico e diretto, quasi uno sfogo, sull’operazione del Calendario Lavazza 2015 firmato da Steve McCurry.
Trovo che mettere in discussione McCurry sia sempre più salutare che santificarlo, non perché non abbia i suoi innegabili meriti, ma perché fa parte di un sistema mentale (la santificazione) che mi auguro, prima o poi, venga scardinato.
Ma andiamo all’ospite, che si presenta così:

Massimo Schuster è un teatrante italiano che ha vissuto la maggior parte della sua vita nel sud della Francia. Ha cominciato a fare fotografie durante le tournée teatrali che l’hanno portato in giro per il mondo. Nonostante un’indecente calvizie, un imperdonabile vegetarianismo e una barba XXL, gli capita di fare e certe volte scrivere cose sensate. Eccone una.

Una bruttissima immagine

Lavazza Calendar 2015, photo by Steve McCurry

Lavazza Calendar 2015, photo by Steve McCurry

di Massimo Schuster

Alcuni anni fa, vedendo una grossa mostra di Steve Mc Curry, a Milano, mi ero almeno in parte ricreduto sul famoso fotografo. È vero che le sue foto avevano, come sempre, quell’inconfondibile quanto irritante look National Geographic, ma è anche vero che molte delle immagini della mostra raccontavano storie intense appoggiandosi su un’innegabile maestria tecnica.
Ora la Lavazza fa uscire il suo calendario 2015, che quest’anno è stato preparato da Mc Curry. Pubblicitari e impaginatori di vario genere e tipo hanno scelto un’immagine particolare, quella corrispondente al mese di luglio, per pubblicizzare il calendario e in quell’immagine mi sono imbattuto più volte negli ultimi tempi.
La trovo bruttissima, sia nella forma che nel contenuto.
La forma innanzitutto. Quando l’intervento di post-produzione è spinto così in là non mi sembra che si possa ancora parlare di fotografia. È un’immagine-Photoshop, o un’immagine-Lightroom, ma certo non è uno scatto, nella misura in cui ciò che il mio occhio percepisce è molto più il lavoro di correzione grafica di una foto che la foto stessa. Il risultato è peraltro pessimo, almeno a gusto mio, poiché consiste in una di quelle immagini che sembrano uscite da un film di animazione, ma che potrebbero benissimo essere state elaborate da un qualsiasi anonimo smanettatore dotato di una certa competenza. Si possono anche notare i limiti di quella competenza, nella misura in cui le ombre sul personaggio principale non sono coerenti con quella del personaggio che appare sulla destra, mentre il personaggio di schiena tra l’alberello e il personaggio principale appare messo lì con un copia e incolla andato un po’ di fretta. L’aspetto materico della pelle della ragazza principale, soprattutto della pelle della faccia, è annullato da un pesante intervento di “pulizia”, che dà al soggetto un’aspetto da diva inceronata, o da bambola comprata al supermercato. Sia il cielo che l’alberello sembrano troppo “belli”, cioè pulitini e geometrici, per essere veri.
Per quel che riguarda il contenuto, anche lì c’è poco da ridere. La tunica che portano i vari personaggi, blu per la ragazza in primo piano, per i suoi due cloni di spalle e per la donna che innaffia, rispettivamente verde e azzurro per le altre due, la conosco bene. È in realtà un ampio scialle di lana usato dai contadini delle montagne etiopi. Lo so perché ne ho due, uno verde e uno azzurro, che ho comprato sul posto anni fa. Sfido chiunque a trovare delle contadine che lo portano in quel modo, sul corpo nudo. In quegli scialli ci si avvolge, proprio perché sono usati in montagna, dove fa freddo. La lana è relativamente grezza e comunque tessuta a mano, e non ha mai l’aspetto liscio e privo di ogni difetto di quello della “foto”.
Tornando per un istante alla pelle della ragazza etiope, tale Asnakech Thomas, basta andare qui e mettere il video in pausa sul decimo secondo dall’inizio per rendersi conto di come la carnagione del volto sia stata oscenamente schiarita. È il solito trucchetto a sfondo razzista che trasforma una faccia africana in qualcosa di ibrido, di più “accettabile” dal grande pubblico in quanto meno diverso da quello che l’acquirente medio di Lavazza vede guardandosi allo specchio. Naomi Campbell e altre modelle di origine africana si sono già ribellate in passato a trattamenti simili. Michael Jackson no, ma quella è un’altra storia.
Un’altra cosa mi dà fastidio nel volto della ragazza, e parlo di contenuto più che di forma, la bocca con le labbra semichiuse, altro trucchetto tendente a sessualizzare il soggetto, usato quasi sistematicamente con le donne e praticamente mai con gli uomini.
Scrivendo questo post ho cliccato qua e là su internet e ho trovato un altro video. Mettendo in pausa a 1 minuto e 18 secondi dall’inizio si vede chiaramente che lo scialle della ragazza è viola, non blu, il che è coerente con i miei ricordi. Quel viola l’ho visto spesso in Etiopia, così come ho visto il verde e l’azzurro, ma quel blu, mai. Si vede che allo Studio Testa, l’agenzia di pubblicità responsable della campagna, non piace il viola.
Insomma, con qualche ricerca supplementare potrei probabilmente trovare ancora più cose da dire su quell’immagine, ma ho altro da fare nella vita, quindi mi fermo qui. Noto solo, come ultima cosa, che un piccolo giro su un internet mi ha permesso di vedere quanto la stampa internazionale abbia osannato questo calendario che a me ha fatto talmente girare i cabasisi che per sbollire la rabbia me ne vado a farmi un buon caffé, assicurandomi che non sia un Lavazza.
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6 thoughts on “Ospiti di penna #1: Una bruttissima immagine (di Massimo Schuster)

  1. ciao ale, credo che questa operazione di desantificazione sia doverosa per chiunque abbia un briciolo di ambizione di vedere le cose per come sono e non per come sembrano. Non posso che condividere le opinioni del tuo ospite.
    Personalmente non questiono le scelte di postproduzione per due motivi: primo perchè ci portano alla lunga a squalificare certi usi del linguaggio in assoluto, secondo perchè il principio di aderenza alla realtà della fotografia non mi sta a cuore. tuttavia l’autore ha espresso legittimamente una sua opinione, che è anche un’opinione di gusto, nel momento in cui dice “la trovo bruttissimo”.

    La cifra che io trovo truffaldina di questa fotografia, in senso strettamente concettuale, è di aver scelto di fatto una modella. Sono sicuro di poter dire che questa ragazza non sia fenotipicamente rappresentativa della donna etiope senza offendere nessuno. La scelta di questa donna, in fondo estremamente occidentale nei caratteri, e la scelta di utilizzarla come copertina, è la cifra della capziosità dell’operazione. Mc Curry e i suoi editor sanno benissimo gli elementi di successo su cui si fonda la comunicazione oggi. Li usano e ne abusano. Questa intenzionalità nel fottere lo spettatore è intollerabile per un autore che non avrebbe bisogno di scendere a compromessi per mangiare. Il baffetto ha fatto le sue scelte e io di conseguenza non lo biasimo, ma nemmeno mi viene voglia di spendere del tempo per guardare i suoi lavori sempre più mediocri e sempre più ripetitivi. Per la rubrica, lo sanno anche i sassi…

  2. Dimenticavo. L’estetica di McCurry per me è dichiaratamente inverosimile. Altrettanto dichiarata è la sua staged photography. Pertanto è ovvio che tutto sia imbellettato ed anche falsificato. Il patto tra autore e spettatore è chiaro secondo me: non c’è il tentativo di far sembrare le cose vere, ma anzi esasperandole si dichiara che le stesse sono costruite.
    Quindi se la foto è costruita alla stregua di un set fashon (a buon ragione l’autore richiama il nome della Campbell) allora mi sembra risibile comunicare tutta la favola moralistica della cultura del cibo e delle varietà autoctone. E’ semplicemente retorico.

    • Sai Marco, quando ho cominciato ad accostarmi con curiosità alla fotografia, il National Geographic e i suoi fotografi mi sembravano il sogno a cui tendere, poi tutta quella saturazioni di colori e esotismo mi hanno suscitato piano piano l’effetto opposto, portandomi in strade totalmente diverse. McCurry e la cornicetta gialla della rivista, sono stati per me, negli anni, una vera e propria bussola per definire e maturare il mio pensiero fotografico, tanto che ho dedicato una pagina del mio “Sussidiario Egoista” a questo, sottolineando quanto i miei viaggi minimi e interiori fossero lontani da quella visione così “prepotente” perchè l’esatto contrario di una visione antropologica, così lontana dalla comprensione dell’alterità per imporre invece la propria estetica sul mondo. E Massimo qui mette in evidenza in modo puntuale tutto quello che è stato riadattato a un gusto estetico occidentale e mediatico e tu aggiungi qualche tassello in più che conferma quello che stiamo dicendo.
      Già ho espresso ampiamente le mie riserve su questo genere di visione nel primo pezzo che ho scritto per il magazine La Camera Chiara dell’Associazione Culturale La Bottega dell’Immagine della mia città, visto che ai tempi di quel primo scritto aveva appena chiuso i battenti la mostra di Steve McCurry al Santa Maria della Scala di Siena. Tu dici una cosa giustissima, che questa è staged photogarphy dichiarata ed è qualcosa che io non potrei certo condannare, visto che sono un grande appassionato di questo genere fotografico, ma che mi suona buffo nello specifico di un personaggio come McCurry e ancora più ambiguo per modo in cui certe testate hanno presentato il lavoro, osannando il fatto di mettere sul calendario contadini dell’Africa e non modelle o star. Nessuno vieta a McCurry di seguire nuovi spunti creativi, mettendo su teatri luccicanti alla Leibovitz o LaChapelle (non è un segreto la passione che ho per loro), sarebbe forse per lui finalmente ammettere quello che già alcune sue foto del passato lasciavano intendere. Semplicemente tutto questo mi suona buffo ambiguo.

  3. Come sempre più spesso succede, per una campagna che tra l’altro è “indirizzata” al (magari) 90% di persone che non ha mai visto fotografie se non quelle che appaiono magicamente nel display del loro telefono (!), è molto più importante il NOME dell’Autore (che magari qua e la si è anche sentito), che la sua produzione. Lo sappiamo. E’ il fenomeno mediatico, il messaggio. Non il suo contenuto. Per cui è interessante lo scritto dell’amico (me lo permetti?) Schuster perchè, penso volendo, si è attorcigliato a spiegare il suo pensiero, dignitosissimo, sulla post produzione “ma certo non è uno scatto, nella misura in cui ciò che il mio occhio percepisce” dimenticando (e sono sicuro lo ha fatto apposta) che tutta la fotografia, (minoscolo Jedi, hai notato? non la Signora..) soprattutto digitale, NON è quello che l’occhio vede. Bensì quello che la macchina “concede” all’operatore di quello che lui vorrebbe. Spesso quindi la post produzione, che non è meno impura della madre (processazione estraniante in macchina di dati logici IN BN!) è l’unico vero modo poter ri-appropriarsi di quello che abbiamo visto e “sentito” e che la macchinetta e processori vari si è ben guardata dal rappresentarci. Malgrado tutta la nostra capacità e mestiere. Penso quindi, simpaticamente che tutta la “lettera” di Schuster sia una piacevole provocazione. Perchè lui, letterariamente diciamo, aveva già espresso tutto con una sintesi rara e convincente nel Suo titolo: Una bruttissima immagine. Concordo appieno. PdP

  4. Purtroppo questa immagine, indubbiamente brutta da molti punti di vista, non è un insulto nei confronti dell’osservatore quanto piuttosto contro il proprio autore. Povero McCurry, son lontani i tempi in cui nascondeva i rullini sotto i cappotti in Afghanistan o faceva esplodere i colori di un’India incantata, forse fin troppo aderente all’immaginario esotico occidentale ma tuttavia piena di fascino e con una visione semplice e quasi infantile, inteso in senso buono.
    Qui sembra una rinuncia, l’ammissione della perdita un talento, una dichiarazione firmata che suona come “ragazzi, ero giovane e innocente quando fotografavo, ora non mi ricordo più come si fa, perdonatemi, faccio quello che posso per campare”.
    Ed eccoci al solito approssimativo un copia e incolla di figurine color nocciola e blu (mix cromatico invitante), pelle schiarita e levigata con annessa pellicola plastificata, modella assente e noiosamente ammiccante, un diorama sul fondale che racconta didascalicamente una storia già raccontata mille volte e una struttura (immagine frontale e centrale con ripetizioni minori in tempi e azioni diverse) da storie del vecchio testamento di un pittore medioevale.
    Permettetemi solo una qualche difesa (ok, ci provo). Non serve sguainare le spade, questa non è fotografia, è solo un’illustrazione bambinesca e confezionata in fretta e furia per l’etichetta di un caffè. Nemmeno il più analfabeta degli osservatori la prenderebbe per una Fotografia, chiunque di fronte ad un’immagine come questa la commenterebbe come finta e artificiale, ben sapendo che un’idea di fotografia, magari senza saperne definire chiaramente i confini e i caratteri, è lontana da qui.
    Lo sappiamo quasi tutti che questo è un inganno, un tipico inganno del nostro tempo e infatti la cura della veste dell’inganno è così imprecisa e sommaria che essa stessa non pretende che ci si creda. È come guardare un incontro di wrestling lamentandosi che si picchiano per finta. Inutile perde tempo a raffinare la finzione, nessuno ci casca più.
    Aperta parentesi: è il motivo per cui i fotoritocchi son sempre più fatti male, nonostante i software si evolvano. Chiusa parentesi.
    Si sa che è brutta e che è un inganno e sebbene sia giustissimo ribadirlo e evidenziarne i difetti per pretendere di meglio, nessuno, almeno io la penso così, è così ingenuo da crederci. Soprassediamo in attesa di meglio e in fondo… povero McCurry.

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