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25/11/2018

Sul corpo posso contare una decina di cicatrici, di diversa forma ed entità.
Penso di rientrare nella media dei miei coetanei.
Ho due viti infilate nella spalla destra che mi tengono ferma la testa dell’omero, fratturata per un incidente col motorino.
Dodici punti sul labbro superiore, spaccato a metà sopra un mattone, dopo un volo di due metri da una finestra, mentre cercavo di evitare un grosso sasso, lanciatomi contro da mio cugino.
Due minuscole lesioni dentro lo stomaco, ulcere per gli addetti ai lavori, causate da una brutta notizia che una mattina di giugno, non sono riuscito a digerire.
Le altre contano meno.
Questo per dire che, al di là di un arido e un po’ patetico elenco di sfighe, il censimento delle proprie cicatrici non è così lontano dalla pratica di ritagliarsi una mezz’ora, per aprire i propri album di ricordi, o rileggere vecchi diari.

I familiari sono cicatrici, nel migliore dei casi cicatrici “in potenza”, ecchimosi future: perché arriverà sempre, comunque, il giorno in cui dovremo separarci da loro, fare i conti con quello che rappresentano, ricucire dove hanno menato fendenti.
Più o meno un anno fa (un anno e un mese per la precisione), in occasione della mostra senese di Efrem Raimondi (Portrait For Sale, presso la galleria Lombardi Arte), mi trovai a scrivere qualcosa di abbastanza personale, su una sua fotografia che ho sempre amato: il ritratto del padre, con la camicia aperta e una lunga cicatrice che gli attraversa il ventre. Ho sempre pensato a quella riga morbida, che pare disegnata da una matita sulle irregolarità della pelle, come a una mappa. E in generale, che i segni sul corpo degli esseri umani, abbiano molto a che spartire con la geografia, con bivi, curve a gomito, strade interrotte, dighe e burroni.
Il motivo per cui mi trovo ancora qui a scriverne, è che avevo ragione.

Efrem Raimondi, Con mio padre (fotografia di mia madre), 1962

Efrem Raimondi, Con mio padre (fotografia di mia madre), 1962

Efrem Raimondi, Laura and me in Barcelona, 1997

Efrem Raimondi, Laura and me in Barcelona, 1997

Oggi chiude i battenti un’altra mostra del fotografo milanese, La mia famiglia, questa volta curata da Laura Manione (una delle figure più stimolanti del panorama fotografico italiano, che ho avuto la fortuna d’incontrare), presso lo spazio BDC28.
Ha senso parlare di un evento espositivo quando è arrivato ormai alla conclusione?
Sicuramente sì (al di là dell’ottimo catalogo che lo accompagna e ne preserva il ricordo), se il tratto distintivo del progetto sta nell’approccio, inedito e coraggioso, di un autore e una curatrice che viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda.
La location, una chiesa sconsacrata nel centro di Parma, è un contenitore eccezionale dove l’enorme respiro di un soffitto monumentale, si aggiusta quieto in basso, fra tappeti e poltrone alla buona, ritagliando angoli intimi capaci di accogliere storie.
L’allestimento si nutre dello stesso paradosso, che rende il luogo, un essere caldo e pulsante: l’insieme delle immagini si presenta eterogeneo, senza un apparente motivo formale (al di là del microcosmo circoscritto dal titolo) che tenga unite le opere; eppure tutto questo non stride (complice la curatela della Manione e la peculiare visione dell’autore), ci troviamo di fronte a uno scambio sereno, ininterrotto e circolare di suggestioni; o al contrario, a un incrocio frenetico di traiettorie, a seconda del filo che si sceglie di seguire. Ma tutto perfettamente coerente, limpido nelle intenzioni.

Efrem Raimondi, Mia madre, 1997

Efrem Raimondi, Mia madre, 1997

I soggetti dialogano, a tratti rumorosi come commensali alla tavola di un pranzo domenicale; a tratti sommessi e cauti, alla veglia di un defunto. E tutte le sfumature che stanno fra uno e l’altro polo dell’esistenza.
Ciascuno è un momento da leggere a parte, e nel rapporto che instaura con l’immagine che gli sta di fianco, o con quelle che si sporgono dal chiodo sulle pareti opposte.
Prendiamo Efrem da piccolo (Con mio padre, 1962), fotografato dalla madre (che troveremo iconica e luminosa, sulla diagonale opposta di questa nostra esperienza) mentre guarda per la prima volta il mondo attraverso un mirino, e suo padre (la «famiglia che trovi») gli tiene fermo l’apparecchio davanti al viso, aiutandolo a scegliere una direzione, come cerca di fare ogni genitore (che poi la si segua o meno è un’altra storia). Di fianco, con la precisione di un cerchio chiuso, troviamo il suo autoritratto da adulto (Laura and me in Barcelona, 1997) dentro lo specchio, mentre registra il gesto che più di ogni altro lo rappresenta, l’atto di “guardare” (che sarà da quel 1962 “la direzione”, con la D maiuscola), e la moglie Laura (la famiglia «che scegli»), seduta sopra il materasso, bagnata da una lama di luce, non si cura di lui ma continua tranquilla a leggere.

Efrem Raimondi, Strip, 2013

Efrem Raimondi, Strip, 2013

Le fotografie di Efrem sono funamboliche (nell’accezione più positiva e circense del termine), eroiche, squisitamente incoscienti: passeggiano sempre in equilibrio su una corda, che a volte è uno spago e altre una lenza, sospesa fra l’orrore del vuoto sotto e la meraviglia di una piroetta che dal basso, ci tiene inchiodati con gli occhi su e il cuore in gola. Basta un niente per farle diventare altro.
Pensate a Strip (2013), che passa indifferente lungo il corridoio: appena meno o appena più di così e sarebbe stato nient’altro che una macchia scura, una sbavatura del tempo di posa. E invece è vita, di un’eleganza rapace, selvatica, invidiabile.
Pensate a Mia zia. L’ultima fotografia (2015), dove una composizione perfetta incornicia la zona di confine, la soglia, fra tutte più controversa: il senso di bidimensionalità e frontalità conferiscono a quel crocefisso la prepotenza di un filo a piombo; la decorazione della camicetta nera, con i motivi floreali saturi di rosso, riprende la trama del lenzuolo e il ritmo della federa del cuscino, diventando il negativo fotografico (e forse perché no, anche inconscio) di ciò che le sta intorno, come a segnare una cesura, una distanza fra ciò che siamo e ciò che non sappiamo.
Qui sta il segreto della fotografia di Raimondi: il bilanciamento scrupoloso ma istintivo della reazione, la maestria del dosaggio, che diventa sentimento palpabile, struggente.
Un secondo prima. Uno dopo.
Ed è un tuffo nel vuoto.
Ma non c’entra l’attimo decisivo.
C’entra piuttosto la decisione consapevole dell’attimo.
Che è ben altro rispetto alla perfezione da manuale.

Efrem Raimondi, Mia zia. L'ultima fotografia, 2015

Efrem Raimondi, Mia zia. L’ultima fotografia, 2015

L’“azzardo” di cui parla Laura Manione nel testo critico che accompagna la mostra, riguarda la progettualità di questa serie fotografica, anzi la sua “non progettualità”, l’intenzione di non voler essere una serie, ancorata alle logiche che caratterizzano questo genere di produzione. Ed è, a mio parere, l’unico approccio plausibile, onesto ed efficace, se si vuole parlare di famiglia, dei passaggi e passaggi dentro un’esistenza, con cose andate e altre che verranno, legami, punti e nomi su una mappa che non è solo geografica ma anche, soprattutto, temporale.
La vita non è mai un punto che si sposta da A a B: è un fascio di strade, fatto di vicoli ciechi e continui ripensamenti. Non è uno sguardo solo, sarebbe mortalmente triste, ma una somma di punti di vista, prospettive, intuizioni, che si lasciano influenzare e corteggiare da mille fattori, ma che hanno un solo denominatore comune: NOI.

 

Alessandro Pagni

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