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©Ryan McGinley, Jonas Barn Snow Disco, 2008

©Ryan McGinley, Jonas Barn Snow Disco, 2008

di Alessandro Pagni

C’è un momento esatto in cui una cosa improvvisamente prende vita, diventa di colpo necessaria e cresce trasformandosi in un progetto, un amore, un’amicizia o un’avventura da rievocare negli anni che verranno.
Nella memoria, partiamo sempre da quel “fermo immagine”, per rivivere la vicenda che ne è scaturita: un film still onirico (o lucido), che mette in moto un ingranaggio del nostro cervello e dà vita alla proiezione di un ricordo.
Così certe fotografie si fermano in un angolo della nostra “soffitta” e lì restano in attesa, fino al momento in cui diventano l’innesco per qualcosa che anni dopo trova la strada per “significare”.
Bathtub di Ryan McGinley è una foto del 2005, che mi è capitato di vedere, non so bene dove, verso la fine del 2008, in un momento particolare della mia vita, in cui stava mutando la percezione di molte cose, fra cui le stesse idee che mi portavo a presso riguardo al mondo della fotografia.
Questa immagine era transitata davanti ai miei occhi, rubandomi un respiro, non di più, per poi passare oltre e trovarmi a considerarla di nuovo in un secondo momento.

Quanto è lungo il tempo di un respiro? Provateci.

Pochissimo.

Ma abbastanza per inciampare in un battito anomalo, che somiglia a un segnale, alla richiesta di fermarsi un secondo e prestare attenzione (“guarda bene” ci intimava John Szarkowski sulla copertina del catalogo della mostra The Photographer’s Eye ).
Torniamo indietro allora a questo scatto.

©Ryan McGinley, Bathtub, 2005

©Ryan McGinley, Bathtub, 2005

Qui si condensa tutta l’essenza del giovane fotografo newyorkese, la sua dichiarazione di intenti, un affaccio sul suo pensiero, una finestra per noi e per lui forse uno specchio.
Una vasca piena d’acqua, che il bilanciamento ci fa intuire calda e il tempo lungo dell’otturatore rende i corpi scivolosi e leggermente rarefatti, morbidi come il vapore che si appiccica languido alle piastrelle.
E quanta gioia c’è in questo intreccio giocoso di corpi che, neanche per un secondo, trasmette sentimenti torbidi. È un mondo che non ci appartiene e che vorremmo.
Se voltiamo troppo in fretta pagina è solo perché non possiamo farlo nostro, e ci attraversa le tempie un sentimento di stizza, per questo grappolo d’uva troppo in alto per il nostro slancio fiacco.
Niente è più reale di quelle risate così piene e rumorose, eppure niente è casuale, dalla citazione (voluta o meno) di The Dreamers (2003) di Bertolucci a quella linea sinuosa che parte dal piccolo morso che il giovane a destra lascia sul piede della ragazza sdraiata sui presenti, fino alla diagonale opposta che passa dalla sua bocca, evidenziandone la reazione. Mentre la selva di gambe e le teste divertite degli altri soggetti, scandisce il ritmo della scena.
E tutto gocciola e guizza, andando a infradiciare i nostri pensieri.

©Ryan McGinley, Marcel, Ann & Coley, 2007

©Ryan McGinley, Marcel, Ann & Coley, 2007

©Ryan McGinley, Dakota Hair, 2004

©Ryan McGinley, Dakota Hair, 2004

Nato nel 1977, Ryan McGinley, comincia a fotografare nel 1998 insieme all’amico Dash Snow, defunto artista talentuoso e controverso, con cui condivide l’iniziale e compulsiva passione per la Polaroid, dedicandosi entrambi all’aspetto privato e personale della pratica fotografica.
Nel 1999, al 420 West Broadway di Manhattan, luogo culto dell’arte contemporanea americana, famoso per aver ospitato le gallerie di Leo Castelli e Ileana Sonnabend e ridotto a edificio in ristrutturazione, tiene la sua prima mostra da cui scaturisce il libro autoprodotto The Kids Are Alright.
A venticinque anni (nel 2003), le sue opere vengono esposte al Whitney Museum of American Art: i suoi primi soggetti ruoteranno attorno ai writers, skaters e gay della zona bassa di Manhattan.
In breve tempo passa dalla documentazione svelta e decisamente street dell’underground newyorkese alla costruzione di immagini ponderate e concepite con cura (dal 2006), scegliendo meticolosamente modelle e locations: questa produzione verrà realizzata macinando miglia su miglia insieme a soggetti e assistenti, col fine di trovare i luoghi perfetti per i suoi concepts e investendo moltissimo in termini economici e di scatti.
Nel 2007 viene insignito del Young Photographer Infinity Award dall’International Center of Photography di New York.
Fra le molte cose sarà anche Photo Editor di Vice, imponendo in modo così marcato la sua attitudine, da conferire alle immagini selezionate per la rivista, l’impronta che l’ha resa così popolare.

©Ryan McGinley, Dash Bombing, 2000

©Ryan McGinley, Dash Bombing, 2000

©Ryan McGinley, Sam (Ground Zero), 2001

©Ryan McGinley, Sam (Ground Zero), 2001

Nell’arco di pochi anni, pur evolvendosi a velocità vertiginosa, si fa conoscere per uno stile inconfondibile e innovativo che trova le sue radici nell’approccio “diaristico” di Nan Goldin, ma proiettato oltre, verso una ricerca formale ed estetica di ben altro genere.
Quella che ci mostra non è la vita com’è, ma come la vorrebbe, come dovrebbe essere: un susseguirsi di esplosioni di luci, energia e assenza di paure. Il comune denominatore delle sue opere è la celebrazione della giovinezza al di fuori della società grigia e incasellatrice: se in un primo momento lo fa documentando l’underground della sua metropoli, negli anni successivi il suo stile perde questo carattere reportagistico, per diventare veicolo di un’idea di libertà senza confini (sensazione amplificata dai paesaggi di ampio respiro in cui si muovono i suo soggetti).

©Ryan McGinley, Matt (Scar), 2010

©Ryan McGinley, Matt (Scar), 2010

©Ryan McGinley, Parakeets, 2010

©Ryan McGinley, Parakeets, 2010

Le immagini che realizza, come un ponte attraverso cui gli altri possono raggiungerlo e comprenderlo, miscelano aspetti della sua vita con ciò che conosce, con tutto quello che la storia del medium fotografico gli ha insegnato.
Quello che proviamo davanti a questi momenti di pura vitalità è problematico, perché inevitabilmente ci impone un confronto con la nostra esistenza: questa perdita di valori, questo rifiuto delle regole, questo egoismo così puro, hanno il sapore di una splendida liberazione, di un alleggerimento dai pesi imposti dalla nostra condizione di animali sociali e da quel senso ultimo (della vita?) da dare a tutto ciò che facciamo, la cui sacralità e seriosità pareva inespugnabile.
Non lo è.
McGinley ci mostra un mondo sconsiderato e possibile, dove un attimo prima le ore passano febbrili, frenetiche, e un attimo dopo tutto rallenta, fino quasi a fermarsi, per considerare piccolezze infinitesimali che i suoi amici (che siano modelli reclutati o veri conoscenti, li chiama per nome e ce li fa percepire come tali),  la sua gente, contempla con sguardo limpido e deliziosamente egoista.
Penso a Jessy (2006), con gli occhi grandi, nel mezzo di un discorso intimo a due, con un interlocutore che non vediamo, ma che invidiamo per essere la destinazione di una richiesta che sembra uscirle dalle labbra; o Tim (2005), che ostenta come un giovane guerriero, il suo occhio nero, nel crepuscolo abitato da silhouettes, che assomigliano a lottatori e danzatori al contempo, presi da un’estasi tribale.
Guardiamo Alex (2010), la forza devastante che frappone alla tempesta che lo sta investendo e ne racconta un’altra interiore; confrontiamolo con Tom (2010), con la sua fragilità delicata e lo smarrimento nello sguardo.
Questa è la tribù di Ryan McGinley, la sua gente, il suo popolo, i suoi fratelli e sorelle, lontani da incombenze quotidiane, lontani da un tempo che se li divorerebbe, per sempre liberi e in salvo.
Con quel nichilismo esistenziale così spensierato, quanto è bello guardarli e ammettere di detestarli per la loro noncuranza: come Coley (2007), incorniciato dal finestrino di un autobus (così cinematografico in quel paesaggio sconfinato) mentre corre nudo, come uno spirito sfuggente e affamato di vita, un attimo qui e l’attimo dopo lontano, oltre l’orizzonte.

©Ryan McGinley, Jessy, 2006

©Ryan McGinley, Jessy, 2006

©Ryan McGinley, Tim (Black Eye), 2005

©Ryan McGinley, Tim (Black Eye), 2005

©Ryan McGinley, Alex (Hurricane), 2010

©Ryan McGinley, Alex (Hurricane), 2010

©Ryan McGinley, Coley (Running Raimbow), 2007

©Ryan McGinley, Coley (Running Raimbow), 2007

Un’ultima fotografia ancora, il capolavoro Jonas Barn Snow Disco del 2008: “l’eterna luminosità di una mente immacolata” mi verrebbe da dire, parafrasando il pensiero di Alexander Pope e il bel film di Michel Gondry, credo non ci sia un modo migliore per definire sia uno scatto del genere che, nella sua totalità, lo sguardo di questo grande fotografo.
A chiusura delle considerazioni fatte, vorrei usare le parole di un altro spirito puro, Alda Merini, troppe volte incatenato e messo a tacere.
La poesia è Il suo sperma, tratta da Clinica dell’abbandono (2003-2004) e credo si adatti bene a quella libertà, a quell’autodeterminazione senza rimorso che un po’ invidiamo agli uomini e alle donne di Ryan:

Il suo sperma bevuto dalle mie labbra
era la comunione con la terra.
Bevevo con la mia magnifica
esultanza
guardando i suoi occhi neri
che fuggivano come gazzelle.
E mai coltre fu più calda e lontana
e mai fu più feroce
il piacere dentro la carne.
Ci spezzavamo in due
come il timone di una nave
che si era aperta per un lungo viaggio.
Avevamo con noi i viveri
per molti anni ancora
i baci e le speranze
e non credevamo più in Dio
perché eravamo felici.

Video: Ryan McGinley, Whistle for the Wind

Approfondimento: L’istante di Ryan McGinley

Ascolto: Eels, Mistake of my youth

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5 thoughts on “Ryan McGinley: la poesia gioiosa del nichilismo

  1. C’è una cosa che ammiro molto di questo ragazzo, ovverosia il fatto che la sua fotografia sta dentro la vita, una vita di spensieratezza, di adolescenza, di irresponsabilità, di incoscenza, di beato egoismo. Il suo modo di fotografare, o meglio, il suo progetto di allegra brigata in giro per gli states, non fa percepire distanza tra la vita e la fotografia della vita. Ammiro molto questo approccio al fotografabile per il fatto che sono consapevole che io non vi riuscirei mai. Per me, ma soprattutto per moltissimi fotografi ben più autorevoli, la fotografia è una specie di spazio di elaborazione del dolore. Pertanto non vi è traccia di vita vissuta, di spensieratezza, di azione. E’ una specie di fotografia ricordata. Sempre secondo me

    • Grazie Marco. Infatti è la cosa che mi ha colpito dello sguardo di Ryan McGinley e senza nascondere una punta d’invidia, ho desiderato almeno una volta avere i suoi occhi per guardare il mondo immerso nella luce. Anche io ho sempre rieaborato angosce, paure e frustrazioni nei miei lavori, questo approccio è qualcosa di stupefacente per leggerezza e vitalità.

  2. Seguo le tue pagine da quando sei ripartito….. ammetto che magari non approfondisco sempre l’argomento. Non sono mai intervenuto nel dialogo…. ma una cosa la voglio dire, stamani mi hai stimolato quando ho trovato questo tuo articolo su McGinley. Conosco poco questo autore, avevo sfiorato l’idea di comprarmi un libro qualche tempo fa…. e forse ora lo faccio.
    Queste parole non aggiungono niente alla tua capacità di portare avanti questo tuo percorso, ma io voglio ringraziarti pubblicamente dell’energia che dimostri di regalarci.
    Samuele

  3. Pingback: Parata di ragazze in rosa: gli scivolosi giochi fotografici di Prue Stent | rifugio per pelli sensibili

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