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©Simone Letari

©Simone Letari

di Alessandro Pagni

Everyone I come across, in cages they bought
They think of me and my wandering, but I’m never what they thought
I’ve got my indignation, but I’m pure in all my thoughts
I’m alive…

(Guaranteed, Eddie Vedder)

Posso raccontarvi una storia?
Parla di un piccolo essere, che vi sfido a catturare, se vagabondate di notte per i boschi e i borghi arroccati della Garfagnana o della Lunigiana: una sorta di spiritello per alcuni solo dispettoso, per altri quasi logorroico, che si nasconde nelle stalle e riesce ad entrare di soppiatto nelle abitazioni, quando tutti dormono.
Il suo più grande svago è quello di inoculare il caos nelle vite altrui, sbattendo porte e finestre, spostando e nascondendo oggetti, e ridendo di quel riso irriverente, di chi ha il potere di spezzare la nostra sacra routine e quella dei nostri poveri animali domestici, che spesso sono l’oggetto prediletto dei suoi tiri birboni.
La sua fantasia in fatto di turpiloquio e dispetti è potenzialmente infinita e gli aneddoti sulle sue pessime maniere viaggiano, di bocca in bocca, fra gli abitanti delle comunità montane.
Tre cose mi accomunano a questo bizzarro spiritello (o entità, mostriciattolo, o come preferite chiamarlo): la stessa provincia natale, Lucca, e la poca simpatia per i preti e le scope di saggina.
Le scope implicano il lavoro e i preti il pentimento.
Con Simone Letari, autore di questa splendida serie fotografica, che segue il fil rouge di una battuta di caccia sovrannaturale, come pretesto per mostrarci qualcosa di più profondo e intimo, condivido invece l’amore viscerale per la fotografia, come strumento per raccontare i propri spazi interiori, dove l’anima riesce a sentirsi finalmente a casa.
Le fotografie di questa sequenza odorano di foglie umide, la nebbia fumosa del primo mattino sembra palpabile e il ritmo con cui veniamo proiettati dentro a questo inseguimento è vorticoso, con continui spostamenti dal punto di vista del fotografo a quello destabilizzante del Buffardello: il magma di foglie morte e borraccina è un materasso in cui compiamo agili falcate, muovendoci lesti in mezzo ad alberi parlanti, che sembrano conoscere il nostro nome e sulla corteccia prendono vita volti e inquietudini.
A un certo punto abbiamo l’impressione di essere noi stessi lo spirito errante che Simone vuole catturare con la sua fotocamera, di poter vedere con i suoi occhi, ma non gli occhi di un piccolo demone, piuttosto quelli di un antico spirito pagano dei boschi, che conosce l’essenza delle cose, tutte quelle verità che sono estranee al mondo dogmatico dell’uomo, che esistevano prima di lui.
Un rapporto così intenso con la natura non produce paesaggi, ma luoghi della percezione, dove tutti i sensi sono in allerta, vigili e straordinariamente ricettivi.

©Simone Letari

©Simone Letari

Chi muove corde del genere in fotografia, non è solo un musicista, ma un compositore: una tale empatia (che ritroviamo in altri lavori di grande interesse come le sue Invernografie o Percezioni, work in progress che ci fa davvero ben sperare, riguardo all’evoluzione del suo modo di guardare) verso una natura, specchio e scrigno di verità sottili come ultrasuoni, spesso indecifrabili all’uomo (che ormai ha perso la sua componente animale), è riscontrabile nella storia del medium, in eremiti dello scatto come Minor White (eremita non nei rapporti sociali, ma nell’approccio quasi mistico e sicuramente terapeutico alla pratica fotografica) o il nostrano Luigi Ghirri durante i suoi pellegrinaggi lungo la Via Emilia, dove una natura tremolante fa da sfondo a minuscole roccaforti di malinconia.
Fotografia sensoriale e istintiva, senza sovrastrutture, non quei surrogati new age acchiappa citrulli che vedo tanto pubblicizzati sul web con questo nome.
La purezza della fotografia di Simone sta nello stupore verginale di chi ha ancora tutto da scoprire e si pone, privo di gelosie davanti alla fotografia, con la gioia di chi è affamato e ha di fronte a se un banchetto di nozioni e bellezza a portata di bocca.

©Simone Letari

©Simone Letari

Si racconta male la fotografia di Letari, perché viaggia su strade erbose che, inconsciamente, sembrano rifiutare le categorie: i suoi occhi non dormono mai, in continui rintocchi impercettibili si spostano da un punto all’altro, nervosi e sfuggenti, come il basso, molesto “ometto” vestito di rosso, che insegue da quando era bambino.
È terribilmente difficile imbrigliare il suo modo di fotografare con le parole.
Penso che la frase da lui scelta per chiudere la presentazione di questo lavoro fotografico, sia perfetta per definirlo, o meglio, per non definirlo: «L’avevo nel mirino, ma è sfuggito anche stavolta…».
Comincio a pensare che sia lui, il Buffardello

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