Home

Martin Weber. I want to be a policewoman. Maclovio Rojas, Mexico.

di Alessandro Pagni

Quanto sono importanti i nostri sogni?
Intendo nell’economia dei giorni che passiamo.
Nel volgare e spudorato martellamento dei media, riguardo a cosa dovremmo pensare, votare, pregare e infine desiderare.
Che peso hanno i nostri sogni? Anzi, che peso ha il nostro sogno?
Perché se riuscissimo a sintetizzare ogni cosa in un unico desiderio e imboccare la strada contorta che porta a realizzarlo, ignorando con sano egoismo tutto il resto, non sarebbe questo il segreto per niente segreto, della felicità? La linea sghemba e intricata da seguire a prescindere da dove siamo nati e da chi ci circonda?
Eppure non lo facciamo mai, rifugiandoci in un illusorio senso da dare alla vita, nascondendoci dietro a incombenze che dichiariamo essere sempre più urgenti.
La convinzione malata che siamo qualcosa di significativo come singoli e come collettività, punzecchiati da un senso di colpa sociale, spirituale e familiare ci conduce, il più delle volte, a riporre e dimenticare quel sogno/desiderio/aspirazione per seguire una scansione naturale della vita, dalla nascita alla morte, con continue iniezioni di doveri e insoddisfazione, fino ad un epilogo scontato che non risparmia nessuno.
Questo per dire che a parer mio siamo davvero poco, spesso niente.
E in questa insensatezza e inutilità della vita, per seguire quello che “è bene fare a questa età” (e vale per tutte le età), tagliamo l’unico ormeggio che ci teneva legati e lucidi a una potenziale, reale, soddisfazione, che sia qualcosa di fortemente filosofico o qualcosa di squisitamente semplice e materiale.
Ma quando parliamo di fotografia? Direte voi.
Lo stiamo già facendo: la fotografia consiste nell’isolare un solo istante, capace di significare, scartando tutti quelli precedenti e tutti quelli che lo seguono. Anche in questo caso si tratta di dare priorità a una sola cosa, tralasciando le altre.
Il bombardamento di stimoli a cui è sottoposta quotidianamente la società dei consumi, la società del benessere, quella che non conosce privazioni ma accumulo elevato a potenza, è il meccanismo astuto che offusca la nostra concentrazione su un unico punctum (in fotografia come nella vita) e non ci permette più di interpretare i nostri sogni reali, di condensarli in un unico bisogno da perseguire con coraggio.
“L’essenziale è invisibile agli occhi” scrisse una volta un aviatore francese e il fotografo Martin Weber, per più di vent’anni, ha dato voce (e occhi), tramite i suoi scatti, a ciò che era ‘essenziale’ per i popoli oppressi e feriti del Sud America, con la splendida serie fotografica A Map of Latin American Dreams.
Il lavoro, fatto di andate e ritorni, copre l’enorme distanza che va dal 1992 al 2013, ed esplora, come spiega nel suo sito web, the desires and hopes of individuals throughout Latin America, passando da Cuba al Messico, dall’Argentina al Brasile, Nicaragua, Perù, Colombia e Guatemala.
La forma è quella del ritratto, ma non è statica, ogni immagine è sapientemente composta giocando con simbologie e rimandi alla storia dei protagonisti rappresentati che rispondono, ciascuno, alla domanda “Can you write down a wish or a dream that you have?”, mostrando alla fotocamera un messaggio lapidario e inequivocabile, vergato con il gessetto su una piccola lavagna.

Martin Weber, My wish is to see my sons prepared to face the problems of unemployment, Granada, Nicaragua.

Martin Weber. My wish is to see my sons prepared to face the problems of unemployment. Granada, Nicaragua.

La serie, tramite le storie personali dei soggetti, riflette sulle vicende che hanno segnato i loro paesi di appartenenza e come questi stravolgimenti (politici, economici o sociali) hanno poi influenzato la vita dei singoli, in un cerchio che si chiude perfettamente nello scatto di Weber, che non si ferma alla mera documentazione, ma interpreta il sentimento di questi individui, costruendogli attorno un contesto adatto in cui diventano attori di se stessi.
I messaggi che scaturiscono da questo lavoro non sono mai banali e mai unidirezionali, ogni fotografia è un inno alla diversità, al rispetto dell’alterità come principio cardine della vita.
Il lavoro di Weber tocca corde dolci in casi come quello del piccolo Argentino che si mostra fiero in posa da divo, mentre suo fratello in secondo piano mostra sulla lavagnetta il messaggio (riporto direttamente le traduzioni in inglese del fotografo) My brother dreams of studying music; altre volte è malinconico come nel ritratto di una famiglia migrante che sogna di tornare in Europa; altre volte poi è triste fino alle lacrime quando ci mostra una giovanissima Cubana, mentre stringe sorridendo il suo cane di peluche e sogna di sposare un Americano o quando apprendiamo che l’unico sogno di un giovane colombiano di Medellín è quello di morire, spalancando un baratro di interrogativi sotto di noi.

 

Martin Weber, I want to marry an American, La Habana, Cuba.

Martin Weber. I want to marry an American. La Habana, Cuba.

Martin Weber. My dream is to die. Medellin, Colombia.

Il tono generale è dolente ma non privo di ironia o speranza e copre una casistica estremamente eterogenea di desideri, evidenziando, anche in una condizione generale di disagio, scale gerarchiche e sociali.
Alcune immagini riescono a dire molto più che pagine su pagine di filosofia, come il ritratto cubano di un signore distinto e fuori dal tempo che mostra, accennando un sorriso velatamente ironico, il messaggio That our needs do not disturb our dreams, mentre dietro vediamo tre donne cubane di età differenti a riassumere tutte le donne e a sottolineare quanto sia facile trovarsi a valicare il confine in cui, privati dei bisogni primari necessari per condurre un’esistenza dignitosa, diventi impossibile riuscire a sognare. E qui più che un auspicio sembra una richiesta insindacabile, quasi un avvertimento, come a dire: “lasciateci in condizione di sognare!”.

Martin Weber, That our needs do not disturb our dreams, La Habana, Cuba.

Martin Weber. That our needs do not disturb our dreams. La Habana, Cuba.

 

Martin Weber, Peace and social justice in the world; Peace with God; To win the lottery, Cusco, Peru.

Martin Weber. Peace and social justice in the world; Peace with God; To win the lottery. Cusco, Peru.

E un’altra foto sembra andare oltre questo concetto, dire ancora di più. Sei bambini di una classe in Chiapas, seduti ognuno al propria banco, due hanno un passamontagna nero che ci ricorda i membri dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Sulla parete spiccano alcuni disegni appesi, come possiamo trovarne in tutte le scuole elementari, ma al posto della proverbiale casetta con il sole che sorride e un gattino sul tetto, vediamo il simbolo del Messico, la bandiera nazionale e un ritratto di Emiliano Zapata. Ma la cosa che più ci colpisce allo stomaco è il messaggio conciso riportato sulla lavagna: pistola. Il sogno dei piccoli zapatisti, privati da generazioni e generazioni dei propri diritti, per l’interesse sempre economico e sempre di pochi, è un sogno di riscatto, di rivolta, anche armata se necessario.
Io a quell’età sognavo l’ Amiga 500 e Pegasus de I cavalieri dello zodiaco.
Quanto mi imbarazzano adesso quei sogni.
L’immgine di Weber nella sua semplicità è stupenda, violenta, senza compromesso, sfonda la categoria del ritratto per diventare manifesto, per diventare un megafono che ci ricorda quanto, a volte, i sogni possano diventare pericolosi, quando qualcuno fa tutto ciò che è in suo potere per toglierceli.

Martin Weber. Pistol, Chiapas, Mexico.

Martin Weber. Pistol, Chiapas, Mexico.

 

Chi fosse interessato a visitare la mostra dedicata al lavoro di Martin Weber che vi ho appena raccontato, ha ancora qualche giorno di tempo (termina il 28 settembre) e la trova all’interno del festival di fotografia di viaggio “Cortona On The Move 2014”, presso la Fortezza del Girifalco.
(Cortona On The Move 2014: http://www.cortonaonthemove.com/it/)

Ascolto: Sun Kil Moon, Last Tide/Floating

Annunci

7 thoughts on “Martin Weber e i sogni lucidi di piccoli uomini

  1. Bellissima recensione, mi piace molto l’inizio quando parli dei sogni.
    Un pensiero che molti di noi ha nel proprio cervello condiviso allo stesso tempo con l’incapacità di reagire a questa galera “autoimmune”, una galera creata da noi stessi.
    Forse questa incapacità e’ data dalla paura che il sogno una volta realizzato non ci piaccia?
    In fondo una volta realizzato, sogno non e’ più.
    Mi chiedo allo stesso tempo che mondo sarebbe se tutti vivessero solo i loro sogni?
    Migliore / peggiore ?
    Non ho risposta …

  2. Weber ha saputo immortalare quello che rende vivi, a qualsiasi età…i sogni, e quelli almeno non ce li può togliere nessuno. Io sognavo di essere Lady Isabel o Tisifone eheh 🙂 Bella recensione, complimenti davvero!

  3. Bello, non conoscevo questo Weber. L’idea di circoscrivere il proprio sogno, chiarirselo e seguirlo era anche idea di Danilo Dolci. Pare che la sua domanda maieutica di partenza fosse proprio “qual è il tuo sogno?”. Nel sogno c’è una potenza ribelle, per questo la società dei consumi cerca di dirigere i nostri desideri. Riesce così ad omologarci con più efficacia di quanto abbia fatto il fascismo, diceva Pasolini. Mi viene poi però a volte un pensiero quasi opposto e mi chiedo se non sia meglio non avere sogni personalizzati, portarli come un distintivo. Non è forse più desiderabile non saper tracciare la linea demarcatoria tra sé e la propria famiglia o tra sé e le generazioni passate?

    Sempre Pasolini:

    Adulto? Mai – mai, come l’esistenza
    che non matura – resta sempre acerba,
    -di splendido giorno in splendido giorno
    io non posso che restare fedele
    alla stupenda monotonia del mistero.
    Ecco perché, nella felicità,
    non mi sono mai abbandonato – ecco
    perché nell’ansia delle mie colpe
    non ho mai provato un rimorso vero.
    Pari, sempre pari con l’inespresso,
    all’origine di quello che io sono.

    Grazie del tuo post, è sempre un piacere leggerti.

    Rachele

  4. La tua splendida e sentita recensione e le foto di Weber mi hanno ricordato la sorridente sofferenza dei protagonisti dell’ultimo film di Diritti, Un giorno devi andare. Sono uomini, donne e bambini di una delle tante favelas del Brasile, incontrati da un’altrettanto sofferente donna italiana, mossa ufficialmente dalla prospettiva di fornire il suo aiuto a queste persone. Meno ufficialmente, la donna troverà modo di prendersi cura del proprio dolore incontrando il sorriso e la sofferenza degli ultimi; senza enfasi o crocerossinerie, ma in punta di piedi, con voce sussurrata. Dal tuo scritto traggo una riflessione sull’istante e sul suo significato; e se le foto di Weber, per un istante, facendoci incontrare il dolore dei suoi soggetti, servisse a noi per primi come antidoto al nostro, di dolore? Nelle piccole lavagne non stanno forse anche i nostri, di sogni, di speranze? Per un istante, sentirsi meno soli, sentire che l’individualismo cede il passo all’incontro. Per un istante, sempre citando Pasolini, non sentirsi come un gatto spellato vivo.

    Continua così
    Denni

    • Grazie Denni, se ti è arrivato tutto questo e ti ha smosso un paragone così interessante, non posso che esserne felice. Mi pare che tu abbia aggiunto qualcosa di estremamente utile alla mia riflessione, “l’empatia” che nasce davanti ai sogni altrui, specie se di individui così geograficamente lontani da noi eppure così simili a noi nel desiderare un riscatto e nel farlo passando da grandi filosofie e riflessioni sul “vivere” a bisogni più immediati e concreti.
      Grazie

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...