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di Alessandro Pagni

David Hilliard (classe 1964), fotografo americano originario del Massachussetts, nell’ormai lontano 1993, sceglie di analizzare la propria vita e ciò che nelle immediate vicianze lo riguarda, mediante un particolare metodo fotografico che contempla la costruzione di panoramiche che potremmo definire “anomale”.
Questi montaggi non ricercano l’esattezza documentaria, ma con l’introduzione di uno scarto nella focale, fra le immagini che li compongono (impedendone l’aggancio perfetto fra loro), negano l’unicità visiva e permettono di guardare la scena imbastita, da angolazioni leggermente diverse: uno stratagemma indubbiamente accattivante per scendere di alcune atmosfere nel racconto della storia.

©David Hilliard, Boys Tethered, 2008.

©David Hilliard, Boys Tethered, 2008.

©David Hilliard, Highway of Thought, 2004.

©David Hilliard, Highway of Thought, 2004.

©David Hilliard, No More Tears, 2013.

©David Hilliard, No More Tears, 2013.

Questo modus operandi copre coerentemente, tutto l’arco della sua vicenda artistica, mettendo a nudo quelle che sono le costanti della sua progettualità.
Hilliard racconta piccole cose della vita, velatamente malinconiche, moderatamente e sapientemente zuccherate, e molto, molto estetiche, nel loro abbracciare il nostro sguardo portandoci dentro all’immagine.
Non si accontenta del comune concetto di frame, inteso come ritaglio quadrato o rettangolare di mondo, da “tirare via” dal presente per porlo all’attenzione di chi guarda. Le sue fotografie, concepite come dittici, trittici e così via, chiedono maggior respiro, un più ampio spazio per muovere i significati che stanno a cuore all’autore, spezzando di conseguenza le comuni regole della composizione.
Come abbiamo detto, molto vicine alle panoramiche, ma concettualmente diverse, perché sfruttano lo spostamento dei piani focali, le sue composizioni riescono a moltiplicare il punctum barthesiano in tanti piccoli nodi cruciali, carichi di senso, che rendono l’immagine estremamente dinamica e vitale.
Ad esempio la cromaticamente intrigante Still with Sticks (2013), dove un bambino rosso di capelli, con un mazzo di rametti secchi fra le dita, resta incerto in un angolo, fra la parete e il recinto, imprigionato dagli sguardi solenni più che minacciosi, di due cani che riprendono nel manto le sfumature rossicce delle assi di legno.

 ©David Hilliard, Still with Sticks, 2013

©David Hilliard, Still with Sticks, 2013

©David Hilliard, Smoke, 2012.

©David Hilliard, Smoke, 2012.

O anche Norm’s Birthday (2001), dove l’ampia spazialità di questo supposto preludio di una situazione intima (o anche l’esatto contrario), sembra un pretesto per citare, rivisitata in chiave moderna, la cucina della fattoria nella contea di Hale (in Alabama), fotografata da Walker Evans nel 1936, con un cameo della proverbiale scopa di saggina appoggiata alla parete in una delle più famose fotografie di William Fox Talbot.

 ©David Hilliard, Norms_Birthday, 2001

©David Hilliard, Norm’s Birthday, 2001

O ancora lo straordinario respiro di Susie Floating (2003), dove la protagonista dello scatto, sembra pregarci di raggiungerla nelle fresche e piatte acque del lago dove sta galleggiando.
David Hilliard, nel raccontare quel mondo apparentemente piccolo e ordinario che costituisce la sua cifra stilistica, mantiene un equilibrio sapiente fra autobiografia e finzione, costruendo mises in scène semplici, calcolate bene, staged nel loro essere rappresentazioni minime di situazioni non trovate, ma oganizzate con un ottimo dosaggio di dettagli e naturalezza, diventando un vestito che tutti possono indossare.
Ogni panoramica è un piccolo gioiello da indagare con passione, senza fatica, senza quella compiacenza di informazioni e stimoli visivi della “grande” staged photography di un David LaChapelle o di un Gregory Crewdson.

©David Hilliard, Norms Birthday, 2001

©David Hilliard, Susie Floating, 2003.

The Lone Wolfe è uno spaccato esemplare della provincia americana, dove l’onnipresente padre del fotografo (vero o presunto, ma certamente ricorrente), viene ritratto a letto, con alle spalle un tipico perlinato irregolare, da cui sporgono due teste di cervo e una lampada a muro che si stagliano sul suo capo come una corona, mentre sfoglia concentrato un numero di Play Boy fra quelli sparsi sul letto.
Non è un segreto che fra i leitmotiv del fotografo americano, vi sia prepotente l’eterno scontro/incontro fra padre e figlio, che ritroviamo nel dialogo di sguardi a tre di Feeding Gretchen (1993) o nella bella e metaforica Rock Bottom del 2008, dove i due uomini, uno prossimo alla riva e l’altro distante, a largo, perso nei suoi pensieri, sono divisi dal cielo carico di nuvole, che si riflette nel maestoso specchio d’acqua.

©David Hilliard, The Lone Wolf, 1993.

©David Hilliard, The Lone Wolf, 1993.

©David Hilliard, Rock Bottom, 2008

©David Hilliard, Rock Bottom, 2008

Sono piccoli segreti quelli che le sue fotografie raccontano, in uno stile moderno e fresco, pensiamo a Three (2013): una finestra riempie di luce la stanza, a destra vediamo un uomo giovane, con ancora la mano sulla maniglia, mentre entra in casa e con sguardo stupito contempla, dalla parte opposta del trittico, sua moglie e suo figlio (figlia?), in un atteggiamento intimo, dove traspare una complicità che sarà specchio degli anni a venire, segregandolo al di là della cornice, solo, forse in parte escluso da quell’intesa. Pensieri sulla vita questi, facili da cogliere, il più delle volte immediati e alla portata di tutti, ma pregni di un sentire comune che ci ricorda, come già in passato è stato fatto in fotografia, che proveniamo tutti dalla stessa famiglia, quella dell’uomo.

©David Hilliard, Three, 2013.

©David Hilliard, Three, 2013.

 

Ascolto: Midlake, The Old & The Young

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