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di Alessandro Pagni

Ci sono nella vita tante cose,

tante cose e un solo sguardo!

Tutta la tristezza dei fiumi

è non potersi fermare

(Mario Quintana)

Gigi Lusini è il più grande fotografo di Palio che la città di Siena abbia mai conosciuto.
È un dato di fatto, la storia fotografica della città lo racconta chiaramente.
Eppure non è di questo che voglio parlare, riferendomi a lui, ma del silenzio, un silenzio carico di significati e suggestioni, una frequenza che solo certe orecchie sono in grado di percepire.
Abbassare il volume della vita intorno, per riuscire a guardare oltre la superficie delle cose è un’attitudine che lo ha sempre caratterizzato e c’entra indubbiamente con il Palio, c’entra con il clamore, l’intreccio di voci e pensieri, quella sensazione di tamburo tribale che cresce dentro al petto quando si arriva inesorabilmente al momento in cui finisce il corteo storico e Sunto, la campana della Torre del Mangia, suona il suo ultimo rintocco.
Quel silenzio irreale di una piazza di oltre sessantamila persone in attesa, quando arriva la busta, con l’ordine dei cavalli al canape.
Tutto questo Gigi è riuscito a portarlo in un’altra dimensione, a escludere quel tappeto sonoro per guardare il Palio, per ciò che è realmente, per quello che rappresenta per una persona nata fra le sue strade.

©Gigi Lusini, da Flussi

©Gigi Lusini, da Flussi

Di Gigi Lusini e del Palio è stato detto tanto: risale a un anno fa la mostra Lo sguardo da dentro curata da Stefano Fantini e Francesco Tiravelli, all’interno della manifestazione Palio e Memorabilia, promossa dalla Nobil Contrada del Bruco, dove Lusini ha occupato certamente un posto da protagonista.
Ma quello che mi interessa è raccontare un altro aspetto particolare della sua multiforme e longeva esperienza fotografica, che gli ha valso il titolo, nel 2013, di Benemerito della Fotografia Italiana da parte della FIAF.
Quattro lavori in particolare [L’acqua e i fiumi, Renato Corsi: l’uomo che disegna nel cielo da sempre, Gli Uccelli (Il Vento), Tent’azione] della sua vastissima produzione, intrecciano insieme quelli che sono i motivi cardine del fare fotografia: la calma e la pazienza, il tempo nella sua definizione più ampia (dal tempo dello scatto, al tempo della memoria, fino alla percezione di sé all’interno di questo scorrere inarrestabile come qualcosa di circolare), la comprensione del proprio esistere attraverso il mondo intorno.
Questi quattro lavori escono dalle categorie (se vogliamo sono perfettamente catalogabili, ma solo se ci fermiamo al contenuto e non al “sottotesto”) e messi in sequenza raccontano l’epopea del vivere umano, descrivendo una traiettoria curva che ci riporta al nostro personale punto di partenza come l’innesco necessario per delineare ciò che siamo diventati.

La calma e la pazienza
Gigi Lusini ha racchiuso nel volume Flussi, a guisa di trilogia, il suo lavoro sull’acqua, quello sugli uccelli e il vento, e infine il racconto su Renato Corsi, a voler dare una sua interpretazione estremamente poetica e delicatamente malinconica di ciò che è per lui il senso della vita, o come ho già detto in altri momenti, un “supposto” senso della vita.
Il fiume che scorre senza mai darsi tregua è qualcosa che un fotografo guarda con quella commistione strana di dolce arresa e lieve inquietudine, difficile non provare un senso di sopraffazione aprendo il cavalletto, fissando la fotocamera alla base, scegliendo la combinazione giusta di passaggi mentali e manuali che diano ragione alla previsione calcolata nella nostra testa. Piccoli riti lenti, senza fretta, perché tanto la stessa acqua non tornerà mai a passare dai nostri occhi, non ha senso agitarsi, pensare con smania convulsa che l’ “attimo decisivo” ci stia sfuggendo di mano. È questo il bello dei fiumi, vanno guardati nel loro insieme, nella loro essenza, non sono frame infinitesimali da fermare e studiare, sono metafore da lasciar scorrere libere, come il sangue che pompa senza sosta nelle nostre vene.
L’unico modo per registrare il passaggio di un fiume, per farlo diventare un concetto, un pensiero, è lasciare che invada i nostri sentieri mentali, col tempo lungo dell’otturatore a trasformarlo in fumo, in un unica spuma di considerazioni che assomigliano a quei giorni che ci scivolano fra le mani e non riusciamo a rallentare o imbrigliare.

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©Gigi Lusini, da Flussi

©Gigi Lusini, da Flussi

©Gigi Lusini, da Flussi

“Il tempo è un cerchio piatto”
La “favola” di Renato Corsi, detto il Tupa, fotografo negli anni caldi della rivolta e poi scultore nella seconda stagione della sua vita, è una metafora sul tempo e sulla sua ineluttabile circolarità.
Nella splendida prima stagione della serie TV culto True Detective, un egocentrico Rustin Cohle (Matthew McConaughey) , durante un interrogatorio che lo vede fra i principali sospettati di una serie di efferati omicidi a sfondo esoterico, si mette, con una flemma e una noncuranza invidiabile, a sintetizzare la complessa Toeria M del fisico e matematico statunitense Edward Witten con queste parole: “Una volta qualcuno mi disse: ‘il tempo è cerchio piatto’. Ogni cosa che abbiamo fatto o che faremo, la faremo ancora e ancora e ancora…”.
Quando ho visto la serie fotografica Renato Corsi l’uomo che disegna nel cielo, da sempre, sono tornato inevitabilmente alle parole scritte da Nic Pizzolatto, al senso di questi nostri “infiniti ritorni” (direbbe Vecchioni), all’idea che ciò che inseguiamo, corra su una linea così impercettibilmente curva da farci capire, solo dopo anni, che quella traiettoria era destinata a riportarci inevitabilmente al punto di partenza, cioè a noi.
Lusini costruisce una bella allegoria in bianco e nero, dove le immagini sono studiate e composte come tasselli ad incastro di una rivelazione semplice e al contempo essenziale (Seneca ne sapeva qualcosa): non possiamo fuggire da noi stessi.
Tutto questo mi fa pensare a un lavoro concettuale di importanza cruciale per la concezione moderna della fotografia Italiana: Le Verifiche di Ugo Mulas.
In particolare qui, mi piacerebbe accostare al discorso su Renato Corsi e al concetto di “ritorno”, la verifica di Mulas su Il tempo fotografico dedicato a Kounellis.

«Tra la fine del 1969 e l’inizio del ’70 a Roma si tenne una mostra, Vitalità del negativo, in cui Kounellis esponeva: in un grande spazio neutro, un pianoforte, e due volte al giorno, un pianista suonava per alcune ore un pezzo del Nabucco di Verdi, in parte modificato, sicché il motivo ritornava ossessivamente. Fotografare il pianista mentre suonava non significava nulla; al più poteva essere una documentazione per Kounellis; allora mi sono messo dalla parte opposta al pianista e ho cercato, da quel punto fisso, di riprendere la sala. Volevo rendere il senso della ossessione della musica che di continuo ritorna, e insieme il senso del tempo musicale, che è antitesi al tempo fotografico. Foto dopo foto, mentre l’immagine resta immobile, perché sono sempre rimasto nello stesso punto e i movimenti del pianista così piccoli in un grande spazio non sono percepibili, la musica andava e tornava stringendomi in una specie di cerchio. Il risuolato è stato un intero rullo di trentasei fotogrammi in pratica identici, trentasei non per una scelta, ma perché gli scatti che la pellicola concede sono proprio trentasei. Nella stampa a contatto i numeri incisi sul bordo del film corrono via lungo l’immagine immobile l’uno dopo l’altro: se non ci fossero si potrebbe pensare a trentasei foto ripetute. L’unica cosa che muta, che scorre sono i numeri: non una sequenza di comodo, ma una realtà di linguaggio. Il tempo, cioè, acquista una dimensione astratta, nella fotografia non scorre naturalmente, come accade nel cinema o nella letteratura: sullo stesso foglio, nello stesso istante coesistono tempi diversi, al di fuori di ogni constatazione reale. È l’immobilità più efficace di qualsiasi movimento effettivo, è l’ossessione della immagine ripetuta a far emergere la dimensione del tempo fotografico».

Gigi prende uno dei concetti cardine della fotografia e ne fa una metafora del vivere, tramite la storia affascinante di un uomo, che riscrivendo la propria vita, ci proietta dentro ad un universo di simboli che appartengono al comune sentire.

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©Gigi Lusini da Renato Corsi l’uomo che disegna nel cielo, da sempre

©Gigi Lusini da Renato Corsi l'uomo che disegna nel cielo, da sempre

©Gigi Lusini da Renato Corsi l’uomo che disegna nel cielo, da sempre

©Gigi Lusini da Renato Corsi l'uomo che disegna nel cielo, da sempre

©Gigi Lusini da Renato Corsi l’uomo che disegna nel cielo, da sempre

Il volo
L’ultimo lavoro che chiude questa trilogia sui Flussi è quello dedicato al vento, raccontato attraverso il volo di gruppo, attraverso le tracce lasciate nell’aria impalpabile dagli stormi di uccelli, mentre compiono all’unisono armoniose evoluzioni.
Anche qui una sotterranea meditazione sulla pratica fotografica, raccontata per allegorie, è centrale: il concetto di passaggio e traccia “volante” nell’aria rarefatta, ricorda da vicino i segni lasciati dalla luce sulla superficie sensibile della pellicola o i contorni che Man Ray imprigionava col semplice contatto diretto, trasformandoli in strade di significati capaci di raccontare qualcosa.
Si aggiunga a questo, il grande mistero delle relazioni che intercorrono fra gli elementi della natura, fra le proporzioni e le similitudini, che tanto affascinò Leonardo e ci fa sembrare questo battere d’ali vicino, se non addirittura parente, del nuoto dei pesci dentro le correnti. E ancora l’idea di soglia, fra qui e un altrove “migliore”, salvifico, o semplicemente diverso dal nostro tedio quotidiano e quelle ali che sembrano il veicolo per oltrepassare quel confine come fossero una dolce, seppur vana, promessa.
E non posso ignorare, pensando a quell’impulso di volare insieme via, lontano, da un lato la tragica ecatombe quotidiana dei popoli migranti e dall’altro le parole di Giorgio Gaber a conclusione di uno dei suoi pezzi di teatro canzone più riusciti, Qualcuno era comunista, dove appunto diceva:

«con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso.
Era come… due persone in una.
Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No. Niente rimpianti.
Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare…come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due.
Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente
lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo».

©Gigi Lusini, da Flussi

©Gigi Lusini, da Flussi

©Gigi Lusini, da Flussi

©Gigi Lusini, da Flussi

©Gigi Lusini, da Flussi

©Gigi Lusini, da Flussi

©Gigi Lusini, da Flussi

©Gigi Lusini, da Flussi

Tornare a casa
Alla fine di questo percorso rimane solo il tanto atteso “ritorno a casa”.E qui entra in ballo Luzzara.
Luzzara alla fine di questo viaggio come il “ritorno” per antonomasia, un ritorno fisico ma anche simbolico, al punto di partenza, dove la Signora (la Fotografia), come Gigi ama chiamarla, l’ha stregato.
Luzzara come crocevia di stagioni diverse e punto di convergenza di strane forze legate alla storia fotografica nazionale. Dal 1952 al 1955 Paul Strand mette insieme qui il corpus fotografico che vedrà la luce con il titolo Un paese, un reportage emblematico, per l’incontro dell’avanguardia fotografica americana con l’ancora acerba pratica italiana dello scatto: qui Strand non riesce a vestire i panni dell’antropologo e finisce per misurarsi con quello che sa fare meglio, il fotografo, scambiando l’ordine degli addendi, dove serve, al fine di dare un’impressione più rispondente alla sua idea di vero, per quanto riguarda i tipici personaggi da borgo italiano.
Con Un paese vent’anni dopo è Berengo Gardin che arriva a Luzzara, dietro lo stimolo di Zavattini che aveva lavorato in precedenza con Strand al progetto, e descrive mediante le immagini, quelli che sono gli effetti del tempo a livello sociale e personale, sul microcosmo emiliano.
Berengo Gardin è il maetro ideale di Lusini, lo sguardo che lo ha spinto a procurarsi da ragazzo, quando gli interessi di un giovane contradaiolo erano sicuramente altri, un apparecchio fotografico con cui cominciare a guardare “davvero” il mondo.
Tent’azione (l’ultimo lavoro che prendiamo in esame) parla esattamente di questo: l’irresistibile impulso di dare un seguito ad una lezione imparata e tributare qualcosa alla storia del medium, ma in modo personale, secondo la propria inclinazione di occhio e cuore. Perciò anche Gigi va a Luzzara, ma si tiene ben lontano dalla tassonomia di bottegai e personaggi da bar, di contadini e operai e ritrova, come a cercare un epilogo che si rispetti, il fiume con il suo scorrere, il punto in cui il nostro discorso è cominciato e adesso sta per terminare. Guarda il “fiume padre”, il grande Po, lambire il paese, e lo fa con la pace interiore di quegli anonimi soggetti che fermano la propria bicicletta o si attardano su una panchina e si perdono oltre quell’ enorme vena d’acqua che sembra traghettare i loro pensieri verso un luogo remoto da cui si può tornare solo muniti di un paio d’ali, o pinne robuste, o coricati sopra il fragile tappeto volante di una fotografia.

©Gigi Lusini, da Tent'azione

©Gigi Lusini, da Tent’azione

©Gigi Lusini, da Tent'azione

©Gigi Lusini, da Tent’azione

©Gigi Lusini, da Tent'azione

©Gigi Lusini, da Tent’azione

©Gigi Lusini, da Tent'azione

©Gigi Lusini, da Tent’azione

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2 thoughts on “Flussi di Gigi Lusini

  1. Un anno fa ho ascoltato Gigi Lusini in una sua lezione… direi di amore verso la fotografia. Dopo quel giorno scrissi queste poche considerazioni pensando a lui ed ora vorrei condividerle con tutti coloro che lo conoscono e lo apprezzano.

    “Noi tutti costituiamo un mondo di “segni” di “parole” formando una grande “penna” colma di inchiostro. La nostra fortuna è che possiamo per un brevissimo momento essere la punta della penna e scrivere qualcosa con il nostro stile, con il nostro amore, con la nostra sofferenza.
    Ecco perché penso che non siamo i possessori delle nostre fotografie, o almeno non sono solo nostre, sono il frutto di un dialogo senza tempo, senza una fine e cosa importante, senza un responso certo. Ma per arrivare ad essere la punta che scrive, non bisogna essere arroganti ma bensì ricercare l’umiltà e vivere come una spugna, pronti ad assorbire tutto, senza respingere le altre persone, le altre parole, le altre fotografie…. una fatica e un punto di arrivo difficilissimo”

    La tua è una vita piena di condivisione, di amore verso la fotografia e reputo fortunato chi può viverti nella quotidianità.

    Samuele

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