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©Stefania Adami

©Stefania Adami

di Alessandro Pagni

Un progetto fotografico di alto livello, non tralascia niente, è come un’ossidoriduzione che va bilanciata con sapienza, per raggiungere il senso del vero, l’equilibrio.
Il lavoro di Stefania Adami, fin dal titolo, presenta queste caratteristiche: A dislivello del mare (2011), è un gioco di parole tutt’altro che tiepido, perché ci mette di fronte, immediatamente, alla questione cruciale dell’alterità, che per definizione presuppone uno scarto, fra la nostra percezione di chi ci sta di fronte e quella sua di rimando. La cosa poi si amplifica notevolmente, se ci troviamo a cospetto di culture, condizioni sociali o esperienze, distanti da quelle che conosciamo quotidianamente.

©Stefania Adami

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Oltre all’equilibrio, una serie fotografica perfetta nelle sue componenti, deve perseguire l’intelligibilità, deve saper parlare un linguaggio comune a tutti i suoi fruitori: la scelta di trattare il tema dell’alterità e della sua auspicabile mediazione (e quindi integrazione), tramite il racconto del mestiere dell’ambulante lungo i litorali del paese, è una scelta importante perché ci proietta in un luogo familiare, un ricordo che ogni estate si rinnova per molti italiani e quindi un momento che, più o meno tutti, possiamo riconoscere.
La struttura della serie ha una forte musicalità che muove da quella schiena, quel volto negato della prima immagine, che sembra volersi confondere con la sabbia, per dare il via a una progressiva danza di imbonimento, dove la merce in vendita diventa il linguaggio comune su cui confrontarsi, mentre il viso delle persone ancora rimane nascosto, schermato da un accumulo di filtri che accentuano la distanza: gli oggetti, come caleidoscopi di forme differenti, attraverso cui questi uomini e queste donne ci guardano (perché quello di Stefania Adami è come un racconto in prima persona), i nostri occhiali a specchio e poi la luminosità violenta, di chi si desta improvvisamente dal torpore di palpebre serrate.
La luce e il fastidio che questa provoca, come la stessa fotografa racconta, è un elemento chiave, per rendere ciò che risulterebbe altrimenti incomunicabile e isolare la disparità fra i due mondi: sceglie il chiarore di giugno, con il sole che brucia la pelle e lo sguardo, poi in sede di post produzione ne accentua ancor più radicalmente l’effetto, mostrando sapientemente cosa si intende oggi per “interpretazione” (questione particolarmente ostica da far capire ai detrattori del foto-ritocco).

©Stefania Adami

©Stefania Adami

Questa progressiva apertura verso il dialogo, trova un appiglio saldo, oltre il comune linguaggio della compravendita, dentro a segnali ben più profondi e identitari, come il confronto diretto (allo stesso livello, appunto) che lo spettatore non può più eludere, verso la fine della serie, perché accompagnato da un sorriso, che sembra riuscire a sciogliere ogni riserva: è qui che finalmente comprendiamo l’inganno della nostra cultura, che ci vuole divisi, in segmenti sempre più piccoli, sotto lo stesso cielo.
Il lavoro di Stefania ha la forza accecante di un bagliore che ti aggredisce, appena uscito da una pineta ombrosa. Ti trovi di colpo in un altro mondo, dove la risacca ti tormenta in un continuo mugghiare e le voci e le parole si disperdono e ricuciono, in un carosello di andate e ritorni. Tutto questo percepito sotto il fardello di una cesta, schermato da un cappellino, straniato da maniche troppo lunghe per non porsi domande stupide. E lì, in quel bianco che uccide tutto, solo quegli sguardi “altri” prendono colore e senso, in composizioni che sembrano coreografie di un teatro di fatica e sudore.

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4 thoughts on “A dislivello del mare

  1. Ringrazio Alessandro Pagni, grande fotografico e grande critico, per l’attenzione da sempre manifestata per questo lavoro e sono davvero onorata di dare un contributo a questo suo nuovo blog che sta viaggiando alla grande….!!!!!

    • Sono io che sono davvero felice di acerto nel mio rifugio. Grazie delle tue parole, mi hai dipinto meglio di ciò che sono. Speriamo che questo ritratto nel tempo davvero mi somigli. Grazie Stefania

  2. Grande rispetto (e non solo logicamente:-) per Stefania che, in controtendenza con i tempi, rinuncia a qualsiasi forma di egoismo intellettuale per farci partecipi del frutto delle sue straordinarie doti : sensibilità, idealità, umanità. Con una vivacità seconda solamente a…Lei. La risposta personificata alla tentata estromissione ormai dilagante “dai” meccanismi di ripresa ad opera delle major fotografiche. Ma, almeno, per quelli mentali….dovranno impegnarsi molto di più. Vero Artista Vera? PdP

  3. Pingback: La cognizione del dolore per Stefania | rifugio per pelli sensibili

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