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 ©Katrina Kepule

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di Alessandro Pagni

Come sarebbe tornare a casa, dopo troppo tempo passato lontano, dopo qualcosa che ci ha ferito profondamente ma non abbiamo intenzione di raccontare? Immaginiamo di imboccare di nuovo strade piccole e dissestate, le stesse che un giorno ci hanno visto partire e nel percorrerle rendersi conto come, nonostante tutto sia rimasto uguale, niente ci appartenga più davvero e nessuno sappia cosa siamo diventati e perché.
Sarebbe la sensazione di casa, ma graffiata dal silenzio di nessuna banda ad attenderci, di nessun banchetto, di nessun abbraccio. Sarebbe una questione fra noi e il nostro orgoglio, fra lo slancio di un futuro che sembrava a portata di mano e l’amara realtà di un passo indietro.

 ©Katrina Kepule

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Katrina Kepule, confeziona una serie fotografica stupefacente nella sua immediatezza e al contempo complessità di suggestioni che riesce a far germogliare. Nell’intento di registrare la commistione fra presente e passato (quello sovietico e quello del Risveglio Nazionale) nei riti quotidiani delle sub-culture che circondano la periferia lettone, compie un viaggio alla ricerca della propria identità.
Approda in un luogo familiare, dove il tempo rallenta, ma la sensazione che traspare non è quiete, è un rallentare innaturale, eccessivo, uno slow motion, dove le situazioni si mostrano ambigue, l’attenzione il più delle volte negata e i pochi sguardi che incontriamo, di uomini o animali, sembrano delusi e soli.
C’è un senso di enorme distanza in questi scatti: una periferia sia geografica («If, for example, one looks from the East, Kengarags is on the periphery of Riga, Latgale is the periphery of Latvia, and Latvia is the periphery of Europe». Chiarisce la Kepule nella descrizione di questo lavoro), che interiore, dove ogni persona ha un abisso che la divide da quella che le sta al fianco.
Ma la splendida contraddizione di queste immagini è che presentano anche una melodia sotterranea di profonda dolcezza e delicatezza, una sorta di rumore bianco sottocutaneo, che instaura un legame fra luoghi, soggetti e la stessa Katrina che li osserva, restituendo quel senso agrodolce di casa di cui parlavo all’inizio.
Amaro e turbato, ma comunque, inevitabilmente, noto. Il suo sguardo è una falena, che cerca di tenersi disperatamente sicura sotto una luce debole, a tratti incerta e quel suo cercare si aggrappa a segni remoti che affiorano sopra acque profonde.

 ©Katrina Kepule

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C’è in fondo a tutto questo, il bisogno di catturare con la fotocamera ritagli da poter conservare per i giorni a venire, come se l’azione di catturarli li renda comprensibili e in ultima istanza “nostri”.
E questo mi ricorda Gianni Celati, in uno scritto nato appositamente per l’amico fotografo Luigi Ghirri, nell’ambito di un’avventura fotografica che ha segnato la storia del medium in Italia (Viaggio in Italia, 1984).
Celati dice qualcosa che non mi stanco mai di ricordare e per qualche ragione mi sembra affine a ciò vedo attraverso gli occhi di questa fotografa lettone:

«Ci hanno mescolato le anime e ormai abbiamo tutti gli stessi pensieri. Noi aspettiamo ma niente ci aspetta, né un’astronave né un destino. Se adesso cominciasse a piovere ti bagneresti, se questa notte farà freddo la tua gola ne soffrirà, se torni indietro a piedi nel buio dovrai farti coraggio, se continui a vagare sarai sempre più sfatto. Ogni fenomeno è in sé sereno. Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo».

Ma credo di aver già detto e immaginato troppo riguardo a fotografie come queste, c’è chi direbbe che sto romanzando.
Probabilmente si.
Dove le parole finiscono, come strade interrotte, non resta altro da fare che fermarsi.
Annusare un po’ l’aria come un cane inquieto e poi sedersi a gambe incrociate nel mezzo delle nostre considerazioni più o meno razionali e scegliere fra due prospettive possibili: uno sguardo verso il basso a mettere insieme, come mattoncini di costruzioni, i pochi segnali raccolti, per dare una struttura organica ai pensieri; o al contrario alzare mento, naso, occhi e lasciare che il processo di addomesticamento, con le cose che ci circondano, si compia naturalmente, che siano le cose intorno a venirci incontro con temperamento docile.

 ©Katrina Kepule

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Sit Silently è un’abbreviazione della serie di frasi, che comunemente viene inserita su Google, quando si vuole fare una ricerca riguardo all’idea del “sedersi”: Sit silently /sit silently doing nothing / we sit silently and watch the world / we sit silently and watch.
Il concetto molto semplice che accomuna questi brevi periodi è l’inazione, la sospensione del giudizio e di ogni possibile considerazione, per fermarsi a contemplare la vita. Quello che suggerisce la stessa Katrina, citando Kafka nell’introduzione al proprio lavoro, è che, davanti alla nostra docilità, il mondo non indosserà maschere e si offrirà arreso alla nostra comprensione.

 ©Katrina Kepule

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Katrina Kepule, Sit Silently: http://vimeo.com/96437999

Ascolto: Sparklehorse, Getting It Wrong

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