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Robert and Shana ParkeHarrison. Cloudburst, 1998

Robert and Shana ParkeHarrison. Cloudburst, 1998

di Alessandro Pagni

[Il seguente post è stato pubblicato su La Camera Chiara , magazine del circolo culturale La Bottega Dell’Immagine di Siena]

Soffermandosi un momento sul mondo post apocalittico creato da Robert & Shana ParkeHarrison, non si può fare a meno di isolare alcuni denominatori comuni, che costituiscono la cifra stilistica dei loro progetti fotografici.
Prima di tutto uno sguardo attento e partecipe, nei confronti di una natura in stato di prognosi riservata; una mise-en-scène di situazioni apertamente metaforiche, dove un personaggio anonimo, quasi commovente per la sua ostinazione, si adopera senza trovare pace, per tradurre in soluzioni concrete, seppur bizzarre, le richieste d’aiuto lanciate dalla “madre terra”; infine la presenza ricorrente nelle immagini, di strampalati apparecchi meccanici, utilizzati per comprendere e “curare” i mali del pianeta.
Ho sempre attribuito a quel piccolo personaggio eroico, la spiritualità di una sorta di “uomo medicina”, capace di far coesistere nel medesimo luogo, due concetti straordinariamente distanti fra loro come lo sciamanesimo e la fotografia,.
Da quel momento ho tentato di scoprire, nel mondo dei fotografi, chi avesse questo strano tipo di attitudine.
«L’arte degli stregoni in realtà non è quella di scegliere, ma di essere abbastanza acuti per accettare» [1], questo insegna il messicano Don Juan Matos, sciamano di etnia Yaqui, che ha reso Carlos Castaneda, un autore di culto, per tutte quelle anime alla ricerca di un percorso di vita alternativo e una risposta diversa alla cruciale domanda sulla direzione del nostro cammino.
Mi piace pensare che la frase di Castaneda o il concetto che racchiude, sia stata un faro per molti fotografi che hanno scelto questo specifico medium, per ragioni per lo più distanti dalle logiche che lo hanno sempre accompagnato.

Minor White, Windowsill Daydreaming, Rochester, 1958

Minor White, Windowsill Daydreaming, Rochester, 1958

L’arte (nel senso di mestiere, di capacità) di fotografare è per antonomasia l’arte di “scegliere”, ritagliare nel frame una porzione di mondo, per portarla all’attenzione di tutti e creare tramite essa, nuovi significati. Ma “scegliere” è solo una delle azioni cruciali del fare fotografia. Esistono alcuni fotografi che hanno la capacità di accordarsi con quello che li circonda, come se fossero in grado di captare messaggi a frequenze impossibili per l’orecchio umano.
Alcuni di loro sembrano parlare la stessa lingua che parla la vita pulsante intorno e si limitano a registrare, come un dato di fatto, le lezioni impartite dalla natura e dal tempo. Il loro approccio, il loro sentire, mi ricorda l’empatia profonda con gli elementi, che hanno gli sciamani.
A questo proposito un’opera rivelatrice che consiglio caldamente, è il volume di Dario Coletti, Il fotografo e lo sciamano: dialoghi da un metro all’infinito [2], che racchiude, fra pagine di squisiti aneddoti e ricordi dell’autore, alcune piccole perle di saggezza, pregnanti come un mantra.
Una di queste è certamente la seguente: «Quando si assume questo ruolo, ci si comincia a muovere in un universo di archetipi. figure di sintesi che scaturiscono da dimensioni insondabili. L’Universo infinito è contenuto nella mente di ognuno ed è formato dalla stessa materia di cui noi tutti siamo composti. Bisogna farsi Sciamano. Usare i suoi strumenti. Lanciare dadi di ossa di animali e attraverso la loro combinazione, prevedere. In questo gioco è il caso che dispone tracce e indizi, e chi documenta deve saper cogliere il giusto tempo in cui la combinazione forma significati, traccia responsi» [3].

Bill Brandt, Nude, East Sussex Coast, 1953

Bill Brandt, Nude, East Sussex Coast, 1953

Queste parole mi riportano al fotografo che più di tutti ha incarnato il senso della spiritualità in fotografia, Minor White: un modo di guardare al mondo con un’apertura di testa e di cuore sconfinati, la capacità di suggerire rivelazioni e segreti anche nelle cose più piccole, nei dettagli apparentemente più banali.
In un’intreccio di rami secchi, nella luce che balla sulla parete ogni volta che il vento fa oscillare la tenda, in una formazione geologica che assume le musicali movenze di un quadro astratto, nell’intonaco sbollato di un muro troppo umido, si può trovare il segreto della vita, la mappa per sbrogliare quell’informe matassa chiamata ‘senso’.
E sulla scia di Minor White altri “allievi” (consapevoli o meno) hanno “accetato” il mondo, indagandolo fisicamente: usando la fotocamera come un registratore fedele, si sono immersi (o hanno fatto immergere i loro soggetti) nelle cose, non con l’intento di possederle, ma con un desiderio di fusione, con il proposito di diventare le cose stesse.

Arno Rafael Minkkinen, Fosters Pond, 1993

Arno Rafael Minkkinen, Fosters Pond, 1993

Chi con un approccio carnale, come Bill Brandt (coetaneo di Minor White), che usava corpi di donna in pose distorte, accentuate da lenti grandangolari, per trasformarle in monoliti inquietanti ma al tempo stesso vuoluttuosi, come antichi feticci di dee pagane.
Chi, come Arno Rafael Minkkinen, imbastendo un gioco camaleontico di piccole metamorfosi, dove il corpo dei soggetti rappresentati, simulava elementi naturali coerenti con il paesaggio che li ospitava nello scatto.
Infine chi, con sguardo vergine e un’anima libera da previsualizzazioni e preconcetti, ha cercato disperatamente, fino al tragico epilogo, di annullarsi all’interno degli ambienti, di sparire per sempre fra le pieghe del tempo, come ha fatto Francesca Woodman.
A lei probabilmente, queste parole di Dario Coletti, sarebbero piaciute particolarmente: «Per un fotografo raccogliere tracce consiste nell’isolare i segni e trovare una chiave di lettura che ne sveli i significati più reconditi » [4]. Francesca Woodman non era solo una grande setacciatrice di segni, sapeva anche fabbricarne di nuovi, di inediti, potenzialmente infiniti.
Bloccare il flusso del tempo, fermare il mondo, congelarlo un millesimo di secondo per studiarlo non da scienziato, per decifrarne un messaggio nel caos della natura, uno schema. Queste, a mio avviso, sono le capacità di certi rari fotografi: portare alla nostra attenzione una verità che non si vede, che non è la verità a cui tanto ci appelliamo nel motivare la nostra passione per la fotografia, niente di rassicurante e oggettivo, piuttosto una verità personale, che parla solo a chi sa vedere, come se scattando quella foto, il fotografo avesse posto una domanda ad un oracolo e il bagno chimico o la decodificazione telematica avessero dato il responso.

Francesca Woodman, Providence, Rhode Island, 1975

Francesca Woodman, Providence, Rhode Island, 1975

[1] C. Castaneda, Tensegrità, Milano, BUR, 2004.
[2] D.Coletti, Il fotografo e lo sciamano: dialoghi da un metro all’infinito, Postcart, 2013
[3] D. Coletti, Il fotofrafo e lo sciamano, p.49.
[4] D. Coletti, Il fotofrafo e lo sciamano, p.49.

Ascolto: Nick Drake-From the morning

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One thought on “Di fotografi e sciamani

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