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Dal 9 settembre alla galleria dei miei amici di Lombardi Arte, in Via di Beccheria 19 a Siena, è possibile gustarsi il nuovo allestimento con scatti di Ferruccio Malandrini, George Tatge, Antonello Palazzolo, Dominique Papi e Stefano Fantini, in bella parata per fare gli onori di casa a 8 splendide stampe vintage di Mario Giacomelli.

Per l’occasione ho scritto il testo che segue e che potrete trovare a corredo dell’esposizione.
Per le immagini qui trovate solo un assaggio, giusto per stuzzicarvi, le fotografie vere, ovviamente, dovete venire a vederle a Siena.

Le fotografie di Mario Giacomelli in mostra alla galleria Lombardi Arte provengono, in maniera abbastanza evidente, da tre momenti diversi, tre spunti indipendenti, seguiti dall’autore in un periodo che arriva, al massimo, ai primi anni ’80 (1981 è l’unica data che abbiamo, sul retro di due delle immagini che compongono la serie e per il resto ci viene in soccorso l’ottima biografia di Simona Guerra), frammenti slegati di un discorso che lo stesso Giacomelli non aveva alcun interesse a far procedere per date, ma per stimoli, per blocchi di pensieri.
È in ogni caso interessante, provare a leggere questi tre momenti, come fossero parte di un discorso fotografico di senso compiuto, con un incipit, un possibile svolgimento e poi una degna conclusione.
La prima immagine, quella degli allettati di Lourdes, portati fuori all’aria aperta, su quattro ruote, nella speranza di una guarigione miracolosa, diventa allora l’esatto opposto dello scatto del campo di grano, che tornerà buono come finale di questo piccolo percorso, con sei cavalli e un contadino che bivacca a fianco della bestia più prossima al nostro sguardo.

Stefano Fantini, Allestimento mostra Giacomelli, 8 stampe vintage

Stefano Fantini, Allestimento mostra Giacomelli, Otto Stampe Vintage

Le altre immagini, quelle che si trovano in mezzo a questi due poli, sono paesaggi, non solo geografici, ma anche mentali: teorie di linee, percorsi e labirinti sulla terra, vista dal cielo, o come l’autore amava specificare, sulla terra che va verso il cielo.
La fotografia di Lourdes è il concetto della costrizione, fatto immagine e ribadito a più livelli: l’inquadratura è serrata, il frame claustrofobico ci costringe a immaginare fuori dalla composizione gli elementi che mancano, il contesto, l’appiglio ad alcuni punti di riferimento chiari (che certo nella serie originale, a cui appartiene la foto, erano presenti); c’è poi la condizione dell’infermità, della malattia, amplificata visivamente dall’impossibilità di vedere questi corpi, di renderci conto delle gravità peculiari di ciascuno, questi letti dotati di ruote e coperture ad arco, che ci nascondono il dolore nella sua espressione tangibile, celando il più delle volte anche lo sguardo dei malati; e infine l’appiglio per niente sicuro del miracolo, dell’intervento divino, l’ultima spiaggia quando spiagge non ce ne sono più.
Sul retro di questa immagine, il primo verso di un pensiero autografo, che Giacomelli ha voluto imprimere tipograficamente sulla carta, recita: Esistono ruote che vanno su strade diverse, tutte alla ricerca del senso della vita. E poi ci parla del dolore e della speranza, quelli veri, quelli che ci vuole una vita intera a spiegarli al prossimo. E allora questa fotografia diventa un inno alla resistenza, al perseverare, al cercare la strada, il senso, fino all’ultimo respiro.

Stefano Fantini, Allestimento mostra Giacomelli, 8 stampe vintage

Stefano Fantini, Allestimento mostra Giacomelli, Otto Stampe Vintage

I paesaggi a volo d’uccello, le foto che compongono la parte più cospicua di questo breve slancio, somigliano a mappe, rebus ed enigmi da decifrare: sembra che liberandosi nell’aria, in quell’intervallo cruciale che non è ancora terra e non è ancora cielo (nel senso più siderale del termine), possiamo finalmente vedere le cose dalla giusta prospettiva, vederle per ciò che sono e intuire quel muto accordo che c’è fra il pianeta e gli esseri umani (il più delle volte violato da questi ultimi). Giacomelli non a caso, quando parla di materia, di forme della natura che ne imitano altre, in un continuo dialogo fatto di rimandi e somiglianze, chiama in causa Burri, l’importanza di un’inezia, le pieghe, i grovigli, le trame, l’arte povera fatta per raccontare la natura attraverso la manipolazione delle cose della natura stessa. Mario fa suo questo processo, il senso di questo processo, il suo fine ultimo: capire. Giacomelli fotografa i campi arati, le coltivazioni, i sentieri artificiali, gli interventi dei contadini, come fossero tasselli per ricostruire un antico linguaggio ormai perduto, un dialogo d’amore fra due interlocutori che non sanno più parlarsi.

Stefano Fantini, Allestimento mostra Giacomelli, 8 stampe vintage

Stefano Fantini, Allestimento mostra Giacomelli, Otto Stampe Vintage

E alla fine prendiamo la foto dei cavalli: l’ampio respiro dell’orizzonte, gli animali liberi e un tempo che non contempla urgenze, dove l’uomo, in questo caso un contadino, un allevatore, o chiunque sia, può ritrovare se stesso. Il proprio centro. Il proprio senso. Una strada ancora, ma da percorrere senza ruote, sconfinata, libera, che ogni giorno si rinnova, che sa di nascita e non di fine, dove l’orizzonte è una collina, che ne contempla un’altra immediatamente dopo e un’altra ancora fino a perdersi, a riempirsi gli occhi senza mai essere sazi.

Alessandro Pagni

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